E così un amico arriva e fa: senti questo disco qua. E io: sarebbe? Il disco di un pianista. E che disco è? C’è lui che suona il piano. E basta? E basta. E non canta? Non canta. E suona solo lui? Solo lui, lui e il suo piano. Che palle. Ma va. Ma lui chi è? Boh, uno, uno che suona, insegna, è laureato in filosofia. No, aspetta. Mi stai dando il disco di un pianista che non canta e che è laureato in filosofia? Tienitelo. Suonava con Jovanotti, cioè, per l’etichetta di Jovanotti. Ah, ma aspetta, io me lo ricordo un pianista che suonava prima dei concerti di Jovanotti, ai tempi dell’Albero. 20 minuti di solo piano, davanti a gente che aspettava questa è la mia casa e questo l’ombelico del mondo. E che non l’ha nemmeno fischiato. Dammelo un po’, va.
E così da un mesetto sento questo Giovanni Allevi, di cui tutti parlano un gran bene. E vorrei parlarvene anche io. Ma mi mancano le parole. Non per scelta, come mancano a lui. A me mancano proprio. Che di classica, contemporanea, jazz e dintorni non ci capisco niente, e non saprei come parlarvi di un disco in cui c’è solo uno che suona il piano.
A dire il vero le parole mi mancano anche in un altro senso, che già al primo ascolto pensavo che mancavano solo quelle in questo disco. Che è, contro tutte le aspettative, un disco di canzoni. Con il ritornello, la strofa e tutto. Mancano solo le parole. Almeno così sembrava a me.
E infatti le parole ho cominciato a mettercele io. Mentre lui suona, io improvviso. Dico due frasi, accenno un ritornello. Mi invento testi finti. A bassa voce ovvio, che mi vergogno. Che improvvisandole (e improvvisandole io) vengono un po’ naif, e invece servirebbe, che ne so, un Fossati, perchè a volte nelle canzoni di Allevi (ma posso chiamarle canzoni?) ci sono dei punti dove ci starebbe bene una frase di tre parole che spiega un amore. O una parola sola che ti apre uno squarcio su una vita e sulla realtà.
Io invece butto lì parole casuali, associazioni mentali, frasi appiccicate sulle note.
Cerco di capire che storia voleva raccontare, cosa si potrebbe canticchiare su un giro di note tristi o allegre.
Che poi non è che li si possa chiamare testi, sono solo accenni. Ombre di parole. Miraggi di frasi che intravedo tra le note. Un passatempo infantile per chi non è abituato a sentire un disco solo di piano e gli sembra che manchi qualcosa.
O forse il segno che le parole, in questo disco senza parole, in realtà ci sono. Stanno già nella musica. Me ne accorgo all’improvviso. A questo disco non manca niente.

Achille
Chiedo scusa.
C’erano dei commenti qui. Li ho cancellati per sbaglio insieme a circa 220 messaggi spam.
Fa troppo caldo, e lo spam mi irrita (tra l’altro lo pago visto che i commenti in moderazione che non cancello occupano uno spazio consistente nell’hosting che ho comprato)
pierone
non c’è niente da fare, sei proprio l’a-killer appication del blog!
gomitolo
…lo so: è da deficienti applaudire a un monitor.
quindi poi ti farò i complimenti pure di persona.
gomitolo
p.s.
ma non noti anche tu l’inquietante somiglianza?
1
2
Achille
Alla prima occasione gli chiederemo di farci qualcuno di quei pezzi struggenti ai quali il buon Bruno ci aveva abituati…
Maxime
c’era il mio commento… dove scrivevo una cazzata, quindi fa nulla.
mau.
L’avevo sempre notata pur’io la somiglianza con Bruno Martelli. E ne ero pure innamoratissima ai tempi.
adriano
mandate in giro il video di orlando perchè è da premio oscar le cammellateeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!!!!!!!
triccheballacche