Il piatto e la vasca

Sulla vicenda Luttazzi ognuno può avere l’opinione che preferisce, ci mancherebbe altro, e ognuno (o quasi) la sta esprimendo. Io invece vorrei chiedervi la vostra su una cosa che ha scritto in merito Aldo Grasso, e in particolare sul passaggio “A questo poi si aggiunge un vizio tipicamente italiano, da basso impero, la mancanza di etica aziendale, di spirito di appartenenza: non si attaccano le persone con cui si lavora. Non prima almeno di aver dato le dimissioni.”
Ecco, con tutto il rispetto che devo al critico del Corriere anche solo per il fatto che lui è Aldo Grasso e io no, si tratta di una frase che mi ha particolarmente rattristato, perchè io l’abitudine a non attaccare chi condivide il tuo stesso convento, a lavare i panni sporchi in famiglia, a non sputare nel piatto in cui si mangia, la trovo invece italianissima. La praticano ogni giorno milioni in questo Paese, anzi, la pratichiamo tutti. Siamo un popolo di santi, poeti, navigatori e sbeffeggiatori di tutto tranne che della nostra categoria professionale e del luogo in cui lavoriamo (se non in privato, se proprio siamo sicuri che non ci sente nessuno). Critichiamo gli Ordini professionali, ma aderiamo al nostro, invochiamo le liberalizzazioni, ma preghiamo sempre che comincino da quell’altro settore. Lo facciamo a volte per mancanza di coraggio, tante altre perchè semplicemente non ci possiamo permettere di fare diversamente.
Io povero ingenuo, speravo almeno che questa debolezza (che però per Aldo Grasso è una grandezza che dovremmo imparare dagli altri) fosse limitata a noi poveri cristi. Che ci fossero luoghi in cui la visibilità ti permette di non farti di questi problemi, e ruoli in cui non guardare al colore delle maglie è proprio un obbligo (che ne so, magistrati, forze dell’ordine, giornalisti…) E invece no, questa regola si deve applicare anche a chi (famoso e benpagato) dovrebbe avere le mani un po’ più libere.
Lo spiega meglio Ferrara, nella sua lettera a Repubblica, facendo un esempio “…quei furbetti “de sinistra” e “de provincia” di Santoro & C., i quali danno per ore la caccia al funzionario Rai di turno (Del Noce? Saccà?) sputtanandolo come assassino di Enzo Biagi con i complimenti, i denari, e le marchette apposte alle loro buste paga dalla ditta che inquisiscono.”
Ecco, con tutto il rispetto che devo al direttore del Foglio anche solo per l’abilità con la quale riesce a esprimersi su un caso di satira parlando di embrioni, non pensavo che tra le tante cose che dovremmo imparare dalle grandi democrazie ci fosse anche questo: le battute, le pernacchie, le critiche, le inchieste, le denuncie, non si fanno nei confronti dei propri colleghi e dell’azienda nella quale si lavora. E se l’azienda nella quale si lavora è la televisione pubblica tanto peggio, abbiano i gentili contribuenti la gentilezza di pagare il canone, e attendere che a denunciare i vizi e le magagne arrivi qualcuno delle tv private.
Anche per questo in televisione le buste paghe sono belle pesanti. C’è dentro una trave da infilare nel proprio occhio, per meglio cercare la pagliuzza in quello degli altri.

28 Responses to Il piatto e la vasca
  1. miic Rispondi

    Non l’hai scritta, la cazzata.

  2. vic Rispondi

    Giuro che è esattamente quanto volevo scrivere io. Ora non c’è più bisogno, basta un link.

  3. Rhadamanth Rispondi

    Sput, sput. ;-)

  4. Luca Moretto Rispondi

    uno schifo totale ormai in Italia…

  5. Noantri Rispondi

    Sono molto d’accordo con te.
    (tanto per non dimenticare, vorrei far presente che Aldo Grasso ha perduto il lume della ragione da svariati anni e che bisognerebbe smetterla di parlarne come se fosse il Papa o Gesu Cristo, con tanti epitet e premesse. Bisogna andare subito al dunque, parlando oggi di Aldo Grasso, dicendo chiaro e tondo che s’è rincoglionito di brutto e che se uno vuole leggere una cagata cerchiobottista, qualunquista e vomitevolmente politically correct è proprio ai suoi fondi che deve andare)
    [Ste]

  6. Smeerch Rispondi

    Ok. Facciamo così. Se tu dici una magagna della tua io te ne dico una sull’azienda per cui lavoro! ;)

  7. Achille Rispondi

    Smeerch, ma a me mi pare di averlo detto che noi poveri cristi con stipendi normali la applichiamo già alla grande quella regola. L’azienda dove lavoro io non ha magagne.

  8. Smeerch Rispondi

    Ah allora anche la mia. ;)

  9. Luca Rispondi

    Tu scrivi una roba indignate che suona bene e a tutti viene da dire “è vero! bravo!”. Ma il troppo fastidio ti fa confondere cose diverse: qui non c’entrano niente gli ordini professionalii e il corporativismo. Quelli sono indifendibili. Qui si parla di lavorare nello stesso posto, nella stessa azienda, nello stesso gruppo, con gli stessi intenti e con un senso di lealtà e rispetto: e anche tra gente che fa lavori diversi, per dirti quanto poco c’entrino gli ordini e le corporazioni.
    Qui si parla di prendere un impegno di minima con le persone o gli enti con cui si collabora, anche quando non siano da noi particolarmente ammirati o stimati. Ma come dice Ferrara, non puoi fare il contestatore del sistema e insieme pretendere che il sistema ti passi lo stipendio. Se io ritenessi importante attaccare qualcuno che lavora nello stesso giornale in cui scrivo, o nella stessa radio in cui vado in onda (e ce ne sono, di attaccabili, e parecchi), lascerei quel giornale o quella radio con cui ho preso qualche tipo di impegno di collaborazione e correttezza. Non per mafiosa omertà o complicità con Bruno vespa che lavora in rai come me, o con Reanato Farina che scriveva su Vanity Fair come me, o con Giampiero Mughini che scriveva sul Foglio come me, eccetera: ma per rispetto di quelle aziende e quei giornali con cui ho un implicito patto. È di questo che si sta parlando: di superare l’atteggiamento infantile per cui il centro del mondo siamo noi e il nostro pubblico col pelo da lisciare, a costo di sputare in faccia al padrone di casa così tutti ridono. E ripeto, non c’entra che l’azienda sia eventualmente criticabile (e uno la critica): se abbiamo deciso di lavorare per lei, vuol dire che abbiamo scelto di sacrificare qualcosa. Altrimenti è tutto un po’ troppo facile. Luca.

  10. Achille Rispondi

    Va bene. Tu pensi in un giornale o in una televisione, posti in cui (soprattutto se sono pubblici) dovrebbero per statuto convivere pensieri diversi e punti di vista diversi, sia giusto lavorare “con gli stessi intenti”?
    Guarda,io capisco cosa intendi, e ovviamente lo rispetto (siamo entrambi blogger, no?) e se in questi commenti arriverà qualcuno che approfitterà della tua presenza per scatenare la triste “caccia al blogger famoso” me ne dispiacerà pure.
    Ma ti assicuro che quando leggo una frase come “se abbiamo deciso di lavorare per lei, vuol dire che abbiamo scelto di sacrificare qualcosa” non posso fare a meno di pensare a tutte quelle polemiche su quelli di sinistra che scrivono per la Mondadori, e mi viene il dubbio che quando dicevo “va beh, ma che male c’è” forse mi sbagliavo.

  11. chamberlain Rispondi

    io trovo assolutamente sproporzionata la reazione di La7 che cancella lo spettacolo di luttazzi per una battuta di satira di (ottimo, pessimo, cattivo, a seconda del lettore) gusto. perchè quello era, una battuta. anzi, un’iperbole come ha spiegato benissimo matteo bordone.
    i discorsi di ferrara e di grasso reggerebbero se quello di luttazzi fosse stato un attacco diretto all’apporto professionale di un suo collega, alla qualità del suo lavoro, ma siccome così non è stato non vedo in cosa si sia concretizzato questo tradimento dell’ipotetico patto implicito stretto con l’azienda e con i tuoi colleghi.
    perché non credo che implicitamente si possa accettare l’idea che si possono fare battute solo su quelli della concorrenza.

  12. él Rispondi

    ciao aki,

    io credo che luca abbia ragione. e mi piacerebbe aggiungere qualcosa alla sua opinione.

    qui non si parla di corporativismo e (per me) nemmeno di deontologia. o almeno non solo. è piuttosto una questione di etica personale. lavorare in e per un’azienda significa condividerne la strategia. e, nel caso specifico, la linea editoriale. personalmente se non condivido l’atteggiamento di un mio collega lo prendo da parte e gli dico quello che penso e se non condivido l’opinione del mio capo è probabile che dopo avergli detto quello che penso gli consegni le mie dimissioni. se luttazzi non condivide la linea editoriale della sua emittente o semplicemente non gli piacciono le opinioni dei suoi colleghi, perché ci lavora?

    e questo, per me, è solo il primo punto. il secondo è un altro. di ordine più generale.

    in italia i panni sporchi si lavano in piazza davanti a tutti, ma non solo a livello corporativo. l’italiano (generalizzo) non ha spirito nazionale. ti dirò di più, per una serie di motivi contingenti, l’italiano si vergogna di essere nazionalista. in italia il concetto di patria e nazione è tabù. è un imbarazzante retaggio del passato. che condiziona, a mio parere, la nostra vita pubblica.

    in due modi. l’assenza di valori nazionali e patriottici diventa nel nostro paese assenza di solidarietà nazionale e scarso rispetto delle istituzioni (ad ogni livello). è quello che è ancora peggio, è che l’italiano non è capace di difendere il suo paese. in termini concreti e men che meno dialettici. l’italiano non ama l’italia. l’italiano fuori dal suo paese è il primo a criticarla.

    (generalizzo ancora) prova a parlar male della francia con un francese. o dell’inghilterra con un inglese. o della catalogna con un catalano. e così via. ti assicuro che non la prenderebbe bene. come ti assicuro che i francesi, gli inglesi e i catalani, sono fortemente critici con le loro istituzioni. ma fra di loro. nei loro rapporti con l’esterno cercano di essere compatti. gli italiani italiani invece nell rapporto con il loro paese sono come una coppia che non scopa. separati in casa e quando escono pronti a parlar male del coniuge col primo che passa.

    ecco, l’assenza di solidarietà e di rispetto per le istituzioni è, insieme al diffuso egotismo del nostro paese (e delle nostre professioni), uno dei principali motivi dello sfascio del nostro paese.

    chiudo, eh.
    sono sicuro che se qualcuno ha avuto la pazienza di arrivare a questo punto, si è fatto un’idea sbagliata sulla mia estrazione ideologica. o sbaglio?

    saludos,
    e a presto.

  13. valentina Rispondi

    La battuta su Ferrara è stata solo un pretesto, gonfiato, come sempre, per non parlare della puntata che avrebbe fatto su Ratzinger.

  14. [...] Sul caso Luttazzi-La7 in poche ore si è detto di tutto, non voglio assolutamente aggiungere nulla perch... anni90.org/2007/12/questo-post-andra-in-onda-in-forma-ridotta
  15. Luca Rispondi

    Ma guarda che ho detto una cosa ovvia: ogni volta che si costruisce un rapporto con qualcuno, sia un’azienda, un amico o una moglie o un marito, si sacrifica qualcosa. Si stabilisce un patto, e si smette di essere persone sole e indipendenti responsabili solo per sé. Altrimenti, si sta da soli, e complimenti. Figurati che io faccio il freelance da sempre proprio per limitare i sacrifici. L.

  16. Eve Rispondi

    Scrivo una cosa banale, minima, talmente scontata da sembrare ridicola:

    criticare è una cosa, offendere è un’altra.

    Ecco, cancella il mio commento, è troppo stupido.

    E.

    p.s. io critico apertamente con i superiori l’azienda per cui lavoro (l’ho appena fatto! l’ho appena fatto! l’ho appena fatto!), perché non credo che per “spirito di corpo” o peggio per codardia e sottomissione si debba accettare quello che non funziona o non è giusto. Però non offendo, o meglio, offenderei molto se dessi fiato proprio a tutto quel che mi passa per la testa, ma cerco di trattenermi. Lo faccio per un vaghiiiiiiiissimo sensodi rispetto (io con questo lavoro mi mantengo, PURTROPPO) ma forse di più perché mi rendo conto che l’offesa toglie forza alla giusta critica, la smonta, la cancella.
    Non ho grosse opinioni su Luttazzi, non sono fra quelli che lo idolatrano né fra quelli che lo aborrono, penso però che ha decisamente la tendenza ad andare sopra le righe e che questa non possa sempre giustificarsi in nome della satira (o della giusta critica, poniamo,a quel DEFICIENTE del mio capo, ECCO!).

  17. Achille Rispondi

    Ragazzi, io davvero non vorrei sminuire i contributi di Luca e El, ma forse non ermerge una cosa da questa discussione. Ma davvero qualcuno si aspettava che Luttazzi non agisse così? Era davvero imprevedibile? e c’è stato un momento in cui qualcuno ha pensato: ora Luttazzi sposa la nostra linea editoriale.
    A proposito, ma qual’è la linea editoriale di La 7? Quella di Ferrara? Oppure quella di non parlar male dei colleghi.
    Nel secondo caso vorrei tranquillizzare sia El che Aldo Grasso: in Italia non è un malcostune così diffuso.
    Se volete un esempio pratico lo facciamo subito: io vi porto qui 100 persone che parlano male del proprio ambiente lavorativo. E voi me ne portate 2 che lo fanno mettendoci i nomi e i marchi.
    Se invece volete un esempio teorico ce n’è uno lampante: qualche tempo fa il capo del preserale dell’ammiraglia Mediasey (Ricci) attaccò il volto del preserale dell’ammiraglia Rai (Bonolis) in una maniera ben più pesante rispetto a quanto non ha fatto Luttazzi con Ferrare (dite la verità: voi preferireste essere inserito in una scenetta disgustosa a mezzanotte su La7 o essere definito un truffatore coi soldi del canone alle 20:30 su canale 5?). La cosa durò giorni e giorni, e finì senza che si sapesse chi aveva ragione.
    Ricci sta ancora lì, e Bonolis sta addirittura a Mediaset. Ora pensate a cosa sarebbe successo se Ricci avesse fatto la stessa cosa con gli stessi toni con Gerry Scotti.

  18. Squonk Rispondi

    Mah, a me pare che ci sia un equivoco di fondo. Viviamo in un paese nel quale, grazie a Dio, ognuno può dire quello che vuole. Non necessariamente riesce a farlo dove vuole e come vuole, ma qui non parliamo di violazione di diritti, bensì di opportunità che ci sono o non ci sono. Luttazzi non ha il diritto di parlare in televisione, non è una sua prerogativa costituzionale. Se vuole avere un suo programma, deve trovare un onorevole compromesso tra come lui vuole fare le cose e come il suo editore – quello che gli dà i soldi – vuole che le cose vengano fatte: esattamente come capita a noi nel cercarci un posto di lavoro. In questo mi pare che non vi sia alcuna differenza tra “i famosi” e noi comuni mortali: è la rinuncia di cui parla Luca. Chi detta le regole? Il più forte. A volte non è l’azienda, ma è il commerciale che è stato capace di portarsi in casa i clienti migliori: la differenza tra Celentano e Luttazzi sta tutta lì. Luttazzi non trova nessuno disposto a fargli dire tutto quello che vuole nel modo che vuole? Ha già dimostrato di avere capacità organizzative e talento sufficienti per riempire i teatri, il che gli assicura vitto, alloggio, assistenza medica e quattro soldi in banca.

  19. valentina Rispondi

    Daniele Luttazzi ribadisce. sul suo sito/blog, per l’ennesima volta cosa è la satira.
    La Tv è piena di monnezza che proprio su quella frase detta in tarda serata (e senza calunnia) ci si è soffermati.
    bah

  20. chamberlain Rispondi

    ma voi avete visto tutte le puntate del programma di luttazzi? perché se il casus belli è volgarità/indecenza io ho trovato cose ben peggiori rispetto all’immagine di ferrara immerso in un delirio coprofiliaco.
    cosa ci si poteva aspettare da un programma di luttazzi dichiaratamente per adulti, con le parole religione, sesso, politica affiancate ad un titolo che è già un riferimento letterario ben preciso. con tutto quello che ne consegue. non credo che il direttore di La7 possa avere sottovalutato luttazzi in questo senso.
    se il problema invece è la diversione di luttazzi da una supposta linea editoriale allora vorrei capire in cosa consisterebbe quella linea, perché se è solo una questione di inserzionisti vale il discorso fatto sopra, quella su ferrara non è la cosa peggiore che si è vista e sentita in quel programma.

  21. él Rispondi

    uhm…

    se io dico pubblicamente che l’azienda in cui lavoro è una merda mi licenziano senza scivolo. e i miei colleghi di lavoro (anche quando fossero d’accordo con me) e non diverrebbe un caso nazionale. se tu vai da un cliente e gli pisci sulla scrivania il tuo capo ti chiama e ti indica la strada della disoccupazione. non vedo perchè dovrebbe essere diverso per luttazzi…

    e comunque: parlare male del proprio ambiente lavorativo in generale e smerdare pubblicamente la propria azienda mi sembrano due cose abbastanza diverse.

    anche se sono due aspetti dello stesso “malcostume”.
    l’incapacità tutta italiana di affrontare i problemi.

  22. c Rispondi

    Ma io non capisco proprio la polemica di Luca, per il semplice motivo che Luttazzi non ha detto che Ferrara è uno stronzo o altro, ha fatto una battuta (per me non riuscita e abbastanza brutta)… a meno che voi non pensiate che stesse intendendo criticare i gusti sadomaso di Ferrara, in tal caso allora avete ragione

  23. paola Rispondi

    per luca.

    Ieri da santoro e in generale in questi ultimi giorni, sententendo parlare gli operai dell Thyssen Krupp, ho proprio pensato….ma guarda che questi neanche un briciolo di etica aziendale…anche perchè d’altronde come dici tu “se abbiamo deciso di lavorare per lei, vuol dire che abbiamo scelto di sacrificare qualcosa”…

  24. lotta di classe Rispondi

    Io penso che Achille abbia assai ragione. Ma proviamo a distinguere: d’accordo che parlare in televisione non è un diritto e che un editore ha diritto di cacciarti se non rispetti la linea editoriale. Però:
    1) Luttazzi riporta un’altra versione, cioè che stava per attaccare l’enciclica del papa e perciò è stato rimosso. E io personalmente credo che questa versione sia più verosimile.
    2) Repubblica.it ha pubblicato ieri lo sketch di un comico americano da cui Luttazzi avrebbe copiato la battuta su Ferrara e su ciò ho due considerazioni: mi fa strano che Repubblica vada all’attacco di uno dei pochi comici fuori dagi schemi in italia (forse è la neolinea veltroniana che impone un po’ più di discreta protezione al clero. Avete più visto – a proposito – la campagna che il giornaletto sfrattato a poco da piazza Indipendenza conduceva contro il metodo di assegnazione dell’otto per mille e sui mille privilegi ecclesiastici? Io no. Sarà perché quasi non lo compro più). Peraltro copiare e riprendere battute di altri mi sembra una cosa sana se serve. Secondo, Repubblica.it non si chiede nemmeno se per questo il comico americano in questione sia stato licenziato. Credo di no.
    3) A parte a forma “l’editore ha il diritto di cacciarti quando vuole” la sostanza è che gli spazi per parlare ad un pubblico vasto sono penosamente ridotti in Italia. E l’impressione è che tutti quelli che vi partecipano siano della stessa parrocchia. In questo quadro parlare male, insultare, qualcuno con cui si lavora è praticamente inevitabile finché l’attuale classe dirigente e i suoi cantori è al suo posto: se si vuole avere un buon amplificatore bisogna condividere il luogo di lavoro con mostri inenarrabili.
    4) avete provato a visualizzare mentalmente la battuta di Luttazzi? è molto meno volgare di Ferrara quando dice in diretta a Paolo Flores D’Arcais che è una “creatura” appoggiando il punto di vista della Binetti conto l’evoluzionismo e a favore dell necessità – pare – di una cosa che assomiglia più alla Religione di Stato pre-revisione de COncordato che non al deismo de settecento.
    5) Sull’etica aziendale. (Brividi). L’azienda per cui lavoro che etica ha nei miei confronti e più in generale ?

    ciao

  25. m Rispondi

    sulla necessità della critica all’interno di un pensiero (ortodosso):
    a differenza della critica che crea un pensiero altro (eretico) e quindi che si pone a sua volta come non più criticabile, è diciamo il fondamento della cultura che include, assimilila di volta in volta e cresce grazie proprio alla critica interna

    m

  26. mauro Rispondi

    Per Luca: per lealtà aziendale, nel caso io fossi laico e un collega cattolico integralista (o viceversa), non dovrei più esprimere opinioni etiche; se fossi comunista e l’altro fascista (o viceversa) non potrei esprimere opinioni politiche. Dirai che sono esagerazioni, ma dovresti anche spiegarmi perché, in base a quali presupposti.

  27. lotta di classe Rispondi

    e poi tutta questa enfasi sull’azienda sull’editore, sul capo, sui colleghi. Io direi che forse è più importante essere cittadini. Mi pare che se non riusciamo a sentirci parte di una collettività – e tutto fa pensare che pper molti italiani sia così – l’appartenenza corporate mi sembra un succedaneo piuttosto squallido

  28. [...] Pur presi dal momento particolare, vedo che in diversi si sono interessati alla vicenda di Enzo Vizzari.... akille.net/?p=1389

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