No, M. ma io un po’ di gente che lavora tra call center, vendite e provvigioni varie le conosco.
Forse romanzano pure loro quando ne parlano con me.
17 ottobre 2008
m.
beh, credo che se ne sia parlato così tanto di ‘precari’ ‘call center’ e ‘giovani sfruttati’ che, inevitabilmente, quando ci si pensa ricorriamo anche inconsciamente a modelli già prefigurati.
cioè: succede che è esattamente quello che ci aspettiamo.
ora, nessuno dubita che il callcenter sia un lavoro pessimo, specie perchè costruito scientemente sulle spalle di ‘soggetti deboli’.
però quando vedo virzì, e quando leggo articoli come quello, ci vedo sempre un lato oscuro. qualcosa che non mi è chiaro, un dubbio che mi pervade: ma davverò è così semplice la storia? manca qualcosa, a questi racconti?
quanto ci raccontano davvero dei ‘precari’ e quanto invece sono utili per comprendere una certa classe di intellettuali (registi, ma anche in questo caso giornalisti) che si sente fisiologicamente in colpa, finge per una settimana, ascolta, racconta e passa via?
m. ma non credo che ci sia da sollevare un vespaio, credo che siano vere entrambe le cose. C’è questa realtà drammatica, e c’è un modo di raccontarla (passatemi il termine) ciclico, nel senso che la si ri-racconta ogni tot, e poi via, verso nuove o di nuovo in voga emergenze.
Accanirsi contro la distanza tra queste due cose a mi parere fa però perdere di vista il fatto che per molte persone il problema non esista, e se non hai un lavoro migliore è semplicemente perchè ti sta bene quello, altrimenti lo troveresti, no?
(e comunque, a me nel film di Virzì /scena del teatro impegnato “piacere, precaria”/ mi è sembrato di vederci anche un po’ di autocritica sull’intellettuale-politico che si lava la coscienza ricordandosi dei poveri ogni tot)
luca
ma molto attuale…
valentina
Io l’ho trovato molto reale.
Achille
A volte mi vengono dei dubbi su quanto scrivo.
sucomandante
lo si diceva già a suo tempo da queste parti, o ricordo male?
ola
valentina
Avere dubbi è sano!
m.
il dubbio non è se il film di virzì sia romanzato (e fuori fuoco), piuttosto quanto lo sia quest’articolo.
o ancora c’è gente che pensa che repubblica.it dica il vero a prescindere?
Achille
No, M. ma io un po’ di gente che lavora tra call center, vendite e provvigioni varie le conosco.
Forse romanzano pure loro quando ne parlano con me.
m.
beh, credo che se ne sia parlato così tanto di ‘precari’ ‘call center’ e ‘giovani sfruttati’ che, inevitabilmente, quando ci si pensa ricorriamo anche inconsciamente a modelli già prefigurati.
cioè: succede che è esattamente quello che ci aspettiamo.
ora, nessuno dubita che il callcenter sia un lavoro pessimo, specie perchè costruito scientemente sulle spalle di ‘soggetti deboli’.
però quando vedo virzì, e quando leggo articoli come quello, ci vedo sempre un lato oscuro. qualcosa che non mi è chiaro, un dubbio che mi pervade: ma davverò è così semplice la storia? manca qualcosa, a questi racconti?
quanto ci raccontano davvero dei ‘precari’ e quanto invece sono utili per comprendere una certa classe di intellettuali (registi, ma anche in questo caso giornalisti) che si sente fisiologicamente in colpa, finge per una settimana, ascolta, racconta e passa via?
bah, spero di non sollevare un vespaio.
Achille
m. ma non credo che ci sia da sollevare un vespaio, credo che siano vere entrambe le cose. C’è questa realtà drammatica, e c’è un modo di raccontarla (passatemi il termine) ciclico, nel senso che la si ri-racconta ogni tot, e poi via, verso nuove o di nuovo in voga emergenze.
Accanirsi contro la distanza tra queste due cose a mi parere fa però perdere di vista il fatto che per molte persone il problema non esista, e se non hai un lavoro migliore è semplicemente perchè ti sta bene quello, altrimenti lo troveresti, no?
(e comunque, a me nel film di Virzì /scena del teatro impegnato “piacere, precaria”/ mi è sembrato di vederci anche un po’ di autocritica sull’intellettuale-politico che si lava la coscienza ricordandosi dei poveri ogni tot)
akiro
per me il film di virzì era fin troppo ottimista.