Nella modesta biblioteca presente in casa mia (talmente modesta che mi viene sempre da dire “libreria”) esiste costantemente un luogo, più metaforico che fisico, chiamato “la pila dei libri non letti”. Questo insieme di volumi impilati l’uno sopra l’altro, rappresenta per me sia un monito che un cruccio.
Il monito è quello che dovrebbe spingermi a non comprare libri per un po’, che lì ce ne sono diversi da leggere, e potrei essere coperto per alcuni mesi.
Il cruccio è quello che dovrebbe spingermi a leggere di più, come se da quel mucchietto di volumi, da quelle migliaia di pagine ignote, venissero decine di vocine, che mi sussurrano inquietanti: “Cosa ci tieni a fare qui? Cosa perdi tempo in altre cose? Non sai quante storie potremmo raccontarti, quante informazioni potremmo comunicarti?”
Qualche giorno fa, fregandomene sia del monito che del cruccio, sono passato in libreria, e ho comprato un libro. Trattasi un volume di cui si è parlato molto qualche mese fa, e che io ho acquistato con quel vezzoso ritardo che mi porta a interessarmi dei libri alla moda solo quando smettono di esserlo (lo snob dello snob dello snob).
Il libro è Il cigno nero, di Nassib Nicholas Taleb, e a pagina 25 c’è scritto così.
I libri non letti sono molto più preziosi di quelli letti. Una biblioteca dovrebbe contenere tutti i libri su argomenti sconosciuti che i nostri mezzi finanziari, le rate del mutuo e le difficoltà del mercato immobiliare ci consentono di acquistare.
Da lì comincia ad argomentare sull’importanza di focalizzarsi sulle cose che non si sanno piuttosto che su quelle che si sanno. Certo, si tratta di un consiglio interessato, venendo da uno che scrive libri, e deve venderli. E nell’introdurre questa frase e nel proseguire , prende ad esempio Umberto Eco, quindi siamo lontani.
Ma da qualche giorno, dopo aver letto queste parole, mi sento come sollevato, e la pila dei libri non letti mi sembra meno minacciosa, e più amichevole. Vediamo se e quanto dura, e l’effetto che fa.


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