Morti 2.0

A un certo punto la notizia comincia a rimbalzare: è morto quel tizio famosissimo. C’è chi dice ma no, chi dice ma dai, chi dice tristezza, chi dice sti cazzi, chi dice è uno scherzo, chi dice è vero. In un minuto il tuo monitor è pieno di gente che dice qualcosa.

Il primo gesto è aprire i siti dei grandi giornali, ma lì ancora niente. Qualcuno se ne rallegra, dice: ci siamo prima noi. Ma il punto non è quello. Le notizie che volano veloci raggiungendo chi non è davanti a un televisore, o a una radio, non sono un novità dell’epoca dei social network. Intanto arriva lo strillo, la scritta in rosso, la foto grande scelta al volo. La cosa si considera ufficiale.

Seguono i minuti delle reazioni, e qui c’è il due punto zero. Nessuno chiede più: hai sentito? Chi dà il secco annuncio con 25 minuti di ritardo viene guardato quasi con compassione. Ognuno dice la sua: che roba, che brutto, che storia, chi se ne frega. Ognuno si sente in dovere di commentare, se non altro per dire che quelli che si sentono in dovere di commentare non li sopporta. Non te ne sei nemmeno accorto e siamo già al momento della battuta arguta, dell’aforisma azzeccato, del gioco di parole, della metafora ardita. Non tutti riusciti.

Mentre nei giornali si organizzano gli articoli e si raccolgono le dichiarazioni, la rete viene dragata alla ricerca di foto, notizie video. Dopo un’ora hai già visto il filmato commovente che non ricordavi, l’episodio che innescò la polemica, la chicca che non avresti mai nemmeno immaginato e il lato oscuro che tanto farà discutere nelle ore successive. Mentre in milioni tornano a casa per apprendere la notizia dal telegiornale, in parecchi scrivono: ma ancora di questo parlate, che palle.

La sera l’argomento sembra quasi digerito: le dichiarazioni delle personalità arrivano quando già sono finiti i giochino del “chissà chi sarà il primo a parlare” e “chissà cosa dirà quello”. I programmi celebrativi provocano un po’ di noia, l’ipocrisia del ricordo è ancor meno tollerata. La mattina dopo, la radio ti sveglia informandoti di un lutto che ti sembra successo da giorni.

7 Responses to Morti 2.0
  1. massimo Rispondi

    G_R_A_N_D_I_O_S_O

    A mio parere il tuo è uno dei post piú belli che ho letto quest’anno. Grazie

  2. Achille Rispondi

    prego, Massimo. Troppo buono.

  3. rectoscopy Rispondi

    è grave se ritengo che nel comportamento 2.0 non ci sia nulla di sbagliato?

  4. loki Rispondi

    Punto per punto.
    Eccellente, compreso il titolo.
    Pensa che io da “vecchia”collaboratrice ho sentito l’impellente necessità di farci un “editoriale” subito sul buon Mike, ovviamente i simpatici collassi di Splinder me la han fatto cicciar fuori alle 18 e 5 volte, ma questa è un altra storia.
    Ottima sintesi e capacità di osservazione, ma te l’ho sempre detto, poliutropo.

  5. luigis Rispondi

    A me questo articolo sembra molto 2.5
    Una specie di paragone tra mondo cartaceo e mondo digitale.
    Solo che il mondo cartaceo le cose vanno per forza lente, o meglio si vuole che le cose vadano lente per forza dato che si ha molta paura di cambiare la propria natura (vedi guerra tra google e gli editori di mezzo mondo).
    Abbandonare la carta, cosa molto difficile in questo paese dove tutti vogliono restare incollati alle proprie poltrone, come anche il buon Mike che, anche se sempre pronto alla sperimentazione, non aveva ancora trovato il “coraggio” di ritirarsi dalle scene.
    A questo proposito vi indico un bell’articolo dal blog Schegge di vetro (http://scheggedivetro.blogosfere.it/2009/09/litalia-in-lutto-per-mike-bongiorno-senza-cinismo-ma-si-libera-un-posto-di-lavoro.html#more)

  6. Achille Rispondi

    rectoscopy: non ci sono giudizi nel post, davvero.

  7. Domenico Rispondi

    Hai raccolto perfettamente le mie sensazioni. Dopo un’ora di commenti su ff la notizia appariva già vecchia. La differenza di velocità tra i media classici (inclusi i siti delle testate giornalistiche) e social network è stata palese. Mi ha fatto riflettere l’attesa del passaggio televisivo per avere conferma ‘ufficiale’ della notizia.
    Alla tv si riconosce ancora un forte senso di autorità.

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