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  1. Ma perché protestano?

    29 ottobre 2010 / 5 Comments

    Io ero convinto che su una cosa fossimo tutti d’accordo, invece evidentemente non è così. Allora lo scrivo, visto che magari per molti risulta una cosa strana. Io ritengo che se qualcuno va in piazza a fare una manifestazione, uno sciopero, una forma di protesta qualsiasi, lo fa perché crede di avere un problema e di non sapere come altro risolverlo.

    Poi può avere torto, per carità. Può essere guidato da una convinzione errata, può aver capito male, può essersi aggregato senza essere troppo convinto o non convinto al 100% (ma se uno aderisse solo ai gruppi  di persone con le quali è d’accordo al 100% si ritroverebbe molto spesso solo), può ritrovarsi a gridare parole che in coro prendono un altro significato (ci aveva fatto anche una canzone Daniele Silvestri, no?), può finire a fianco di qualcuno che non è animato dalle migliore intenzioni. Insomma, ci sono parecchi rischi.

    Ma della prima cosa non riesco a non essere convinto: chi protesta pensa di avere un problema che non riesce a risolvere altrimenti, crede di aver subito un’ingiustizia che non dipende da lui. Bisognerebbe starlo come minimo a sentire, invece di canzonarlo.

    Lo dico perché ormai da tempo c’è tutta una parte politica italiana che ha deciso che le manifestazioni di piazza sono fatte da perdigiorno e pensionati attratti da un panino e da una gita. Che se protesti non hai voglia di lavorare o non sei capace di farlo, e che occupare una strada o interrompere un servizio stia sullo stesso piano rispetto a sfasciare una vetrina o bruciare una macchina.

    E da qualche tempo vedo quest’idea anche in persone appartenenti all’area politica di solito più attenta a scioperi e rivendicazioni. Vai in piazza? Non hai voglia di lavorare. Protesti? Sai solo criticare. Manifesti? Non hai niente di meglio da fare. Semplice da dire, sintetico, suona bene. Invece forse dovremmo imparare di nuovo ad ascoltare quelli che protestano, a chiederci cosa faremmo noi al posto loro.

    Oppure possiamo prenderli per il culo liberamente e ridurli a una barzelletta. Basta poi ricordarsene quando ci capiterà di finire nel gruppo degli esasperati che non sanno come altro farsi sentire.

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    Posted in Italia Italia
  2. Dai attacca il giradischi

    26 ottobre 2010 / 5 Comments

    Non sono un esperto di marketing e mercati, ma non mi vengono in mente molti esempi di prodotti  capaci di creare una leadership indiscussa nel loro settore per anni come hanno fatto i giradischi Technics Sl1200 prima e Sl1210 dopo. Qualsiasi discoteca o locale che si rispettasse (o che ambisse a farsi rispettare) al momento di scegliere i giradischi non aveva molto da tentennare. Quelli erano i giradischi da prendere. Avere altri modelli o altre marche era una stranezza, un ripiego, una follia, un segno di sfigaggine e dilettantismo.

    Non starò qui a fare la commossa celebrazione di un oggetto appena messo fuori produzione, anche se ha rappresentato tanto per la categoria di cui ho fatto parte per alcuni anni (e dalla quale non riesco a sentirmi completamente fuori). Chi è interessato sa benissimo di cosa stiamo parlando, chi non lo sa può leggere questo breve articolo di Albertino pubblicato oggi dalla Stampa, un po’ didascalico ma efficace.

    Io piuttosto volevo approfittare dell’occasione per fare una domanda che mi gira in testa da anni e che giro ai dj, ai tecnici, ai gestori di locali di passaggio da qui: ma, che voi sappiate, c’è mai stato il caso di un dj rimasto “a piedi” a serata in corso perché un technics 1200 ha smesso di funzionare? In poche parole: uno di quei cosi si è mai rotto?

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    Posted in Io sono il mio dj
  3. Reportamelo

    25 ottobre 2010 / 6 Comments

    Siccome ogni tanto ho la sensazione non proprio piacevole di ritrovarmi a fare, e sentire, da anni gli stessi discorsi, con le stesse parole, allora mi piace appuntarmi delle cose che cambiano. Per esempio c’è stato un tempo non troppo lontano in cui molte persone osservavano uno strano fenomeno: per quanto clamorose fossero le inchieste e rivelazioni contenute nella puntata di Report nessun giornale ne avrebbe parlato nei giorni successivi. Era un fatto, al massimo ci si divideva sui motivi.

    Da un paio di settimane a questa parte le puntate di Report vengono citate nei quotidiani del giorno dopo (e di due, tre, quattro giorni dopo ancora) in prima pagina, nelle pagine politiche, negli editoriali. Qualcosa è cambiato. Bastava prendere un po’ dei riflettori precedentemente dedicati alle miserie quotidiane del paese e puntarli verso i politici al governo. Non era difficile immaginarlo.

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    Posted in Tele-visioni
  4. Consigli

    21 ottobre 2010 / 1 Comment

    26. Think a band sounds like another band? You’re probably right. So what?

    Contravvenendo a uno dei punti della sua stessa lista (ovvero quello in cui dice che chi scrive non dovrebbe fare liste) il critico musicale Everett True fa una lista di consigli per chi vuole scrivere recensioni per mestiere.

    29. Il tuo rispetto delle scadenze per la consegna di un pezzo sarà sempre tenuto in maggior considerazione della tua prosa fiorita.

    Simone Rossi l’ha tradotta in italiano rilanciandola anche per chi (come me) non conosceva l’autore della lista.

    6. Dimenticare Lester Bangs. Subito. Riempire i tuoi articoli di parolacce, espressioni al vetriolo e momenti di assoluto egocentrismo non fa di te un critico più geniale e bravo degli altri. Spesso sei solo più ridicolo.

    Emiliano Colasanti commenta la lista e butta giù altri consigli per chi vuole scrivere di musica, premettendo che le liste di consigli sembrano fatte apposta per essere contraddette.

    Io vi linko tutte e tre le cose, anche se non scrivete di musica, mi pare ci sia dentro qualcosa di utile per chi scrive, per chi legge, per chi fa mestieri legati alla parola,  uno di quelli che amiamo definire “creativi”.

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