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  1. Quei bravi regà

    3 ottobre 2005 / 67 Comments

    Tu lo sapevi che non erano eroi. Che non erano persone con la quale era bello uscire la sera o che speravi di trovarti di fronte per strada. Loro, del resto, non facevano niente per nasconderlo. Droga da tagliare, donne da pagare, buchi in fronte, mogli tradite e picchiate, montagne di bugie, spranghe in faccia, pistole sotto il cuscino, tradimenti, follie, teste di cavallo dentro al letto.
    Però con loro hai passato molte ore tra le migliori della tua giovinezza, guardandoli arrivare dal nulla, sgomitare per farsi largo con una pistola in mano, guadagnare quanto non si poteva nemmeno sognare, non riuscire a fermarsi, perdere la testa, perdere tutto, ritrovarsi soli, provare ad uscirne, non riuscirci mai.
    E sei stato per ore nelle loro strade: la strada di Carlito e dei padrini, le strade in cui comandavano i bravi ragazzi e in cui un padre onesto guidava l’autobus mentre il figlio studiava da gangster.
    Hai cominciato a sentirle tue, quelle strade in cui quella gente dava una risposta sbagliata alla rabbia e alla povertà, ne godeva i frutti effimeri, ne pagava le conseguenze mortali.
    Ma quelle strade non erano le tue. Erano tuoi forse quegli accenti, quei rimasugli di usanze, alcune parole, tutto un miscuglio di emozioni e brandelli di cultura meridionale.
    Alla fine le hai fatte diventare tue per forza, quelle strade. Ma ti sei sempre chiesto se non fosse possibile raccontare quelle storie, quelle saghe miserabili e grandiose, quelle ascese irresistibili e crudeli, quelle notti di lusso e di sangue, quelle morti e quell’inevitabile vortice di vendette da compiere e onore da difendere e sgarbi da riparare, in strade come quelle in cui cammini tu, di fronte a televisori che trasmettono quello che guardavi tu, dentro macchine come quelle che guidava tuo papà.

    Per questo motivo, al di là di ogni giudizio, di qualsiasi impietoso confronto o azzardato paragone, di un film come questo ne sentivi il bisogno.

    Romanzo criminale.

    Posted in Biglietti strappati, Highlights
  2. Premesso che ci scialiamo lo stesso

    27 settembre 2005 / 27 Comments

    Premesso anche che non è una cosa nuova e che è una discussione che si è fatta più volte off line, quando ieri sera ho visto a Striscia la notizia Franco (oi franco) Neri riproporre i calabrotormentoni grazie ai quali ha spopolato a Zelig, ho pensato che forse gioverebbe ricordare una cosa: il “peperoncino di Soverato” non esiste.
    O meglio, non esisteva. E, tutt’ora, non esiste nessuna particolare tipologia di peperoncino nella ridente “perla dello Jonio”, nè in Calabria c’è mai stata fama di peperoncini particolarmente piccanti da quelle parti.
    Per spiegarsi meglio rimanendo nella stessa regione: il “peperoncino di Soverato” non è una varietà come la “cipolla di Tropea” o un prodotto tipico locale come “la nduja(*) di Spilinga”. Semplicemente è un’invenzione di Franco Neri, diventata tormentone televisivo e, in un certo senso, realtà.
    Ovvio infatti che dalle parti di Soverato sembrasse scortese deludere i tanti non calabresi che arrivavano tanto desiderosi di assaggiare questo micidiale alimento, e quindi il peperoncino di Soverato è diventato in men che non si dica una specialità presente, offerta e venduta nei locali, nei ristoranti e nei negozi della zona, nonostante lo stupore di chi (come me) proviene più o meno da lì.
    Fossi, che ne so, autore di programmi come Striscia la notizia (per dirne uno), ci vedrei dietro chissà quale raggiro o subdola pubblicità occulta studiata a tavolino per favorire le attività commerciali del luogo.
    Ma non lo sono, e non ci vedo niente di male. A Soverato e dintorni c’è un bel mare, cibi genuini e naturali si trovano con discreta semplicità, e se chiedete del peperoncino è probabile che ve lo portino buono e piccante quanto basta a farvi pentire, per alcuni secondi, di averlo chiesto.

    Per appassionati e studiosi della gastronomia locale, un articolo di qualche tempo fa dal Quotidiano di Calabria.

    (*) Come sarebbe a dire “che cos’è la nduja?” E come ve lo spiego? La nduja più che un insaccato è uno stato mentale. Diciamo così: 75% carne di maiale, 25% peperoncino, 100% Calabria.

    Posted in Highlights, Tele-visioni
  3. Neanche due mesi di non blog

    14 settembre 2005 / 15 Comments

    Dopo la nuova panda e la nuova croma finalmente una macchina fiat tutta nuova: la grande punto, che sta alla vecchia come il grande mazinga stava a mazinga zeta. Sembra sia stupenda. Se siete proprio incontentabili portate pazienza, tra un po’ esce la nuova stilo. Quest’estate però sono successe talmente tante tragedie nel mondo che sui giornali non c’era quasi spazio per le cazzate estive. Ma nella Calabria più profonda non arriva quasi nulla, tranne i negozi di abbigliamento dei cinesi e la mania del sudoku. Io però me ne disinteresso, come mi disinteresserò di questo calcio gonfio e malato, al massimo alla fine del campionato controllerò vittorie e retrocessioni leggendo la Gazzetta, quella Ufficiale ovviamente. Almeno si è vista gente nuova, che quelli che prima andavano in Salento a ballare la pizzica ora vengono in Calabria, a sentire la tarantella e a continuare a ballare la pizzica. A proposito, ve lo ricordate quando siamo andati a votare per il maggioritario? Potevamo andare al mare: rimettono il proporzionale. Ma io non starei a preoccuparmi, sembra che stia arrivando l’influenza dei polli, e se davvero il virus si evolve in Italia sono previsti 150.000 morti, roba che Katrina, l’Iraq, l’Afghanistan, Londra e Madrid diventano barzellette. Non starei a preoccuparmi nemmeno di questo, tanto cercare di capirci qualcosa è inutile. Piuttosto, quest’anno in televisione ci saranno un sacco di cose belle e interessanti da vedere: sempre ammesso che abbiate un paio di decoder e un po’ di schede e abbonamenti, ovvio. Però dopo l’Ipod mini è uscito l’Ipod nano. Incredibile i passi avanti fatti dalla tecnologia: lo fanno sempre più piccolo eppure costa sempre un botto. E smettetela di dire che l’Italia è un paese povero: al massimo è un paese pieno di gente povera, ma con un sacco di gente ricca. Ma non è il caso di prendersela, ci rimane sempre il sole. Nei pochi giorni in cui non piove.

    Sù con la vita, è tornato Akille.net

    Posted in Diario degli errori, Highlights
  4. Un sabato italiano

    26 luglio 2005 / 37 Comments

    E così, in un sabato sera estivo, finisci in uno di quei posti che in un’ipotetica lista del “che si fa stasera” starebbero all’ultimo posto, anche dopo “e va beh, stiamo a casa”.
    Ci finisci per motivi che non staremo qui a spiegare ma ci finisci. E, una volta dentro, ti rendi conto che è più o meno come te l’aspettavi, ma non completamente. Assomiglia un po’ a quei posti, nati intorno ad una qualche idea di esotico o di etnico, strapieni di stand, musiche, cianfrusaglie e odori, solo che qui la qualche idea di esotico o di etnico non c’è. Un posto quindi nato intorno ad una qualche idea di divertimento, e pieno quindi di tutto quello che ci si è riusciti a mettere dentro. Dal kebab alla porchetta, dal privè al cinema all’aperto, dal wine bar alla rosticceria, dalla libreria al tatuatore.
    E poi gente, gente, gente.
    In mezzo a questa cittadella del sabato sera la tua attenzione si ferma sul bar sponsorizzato dal noto superalcolico. Non tanto per il bar in sè. Ma per la gente che c’è.
    Un insieme di persone unite, forse, solo dall’essere lì. O forse no.
    Nel centro della pista improvvisata ci sono le famiglie. Ma le famiglie per intero, con la mamma che muove il sedere, il bambino che saltella, il padre che muove la testa con la mano sulla panza.
    Nella stessa pista giovani single con cappellini con le scritte magliette con le scritte e pantaloni con le scritte che si muovono con lo sguardo cattivo.
    Nella stessa pista un nugolo di ragazzine vestite con un quattro, cinque, anni d’anticipo.
    Nella stessa pista donne in permesso dai mariti che intanto stanno allo stand della tv satellitare.
    Nella stessa pista una coppia di lesbiche tatuate che si strusciano e si provocano.
    Ai bordi della stessa pista, due signore di quelle che vedi nei paesi del sud, due matrone vestite con prendisole così grandi che potrebbero essere tende. Due matrone del sud, solo che una è pettinata come John Taylor e l’altra è pettinata come Simon Le Bon, e quella pettinata come Simon Le Bon ha i brillantini sulla faccia.
    Sedute ai bordi della pista muovono a tempo il ventaglio e seguono la musica.
    La musica è una specie di undergorund di 10 anni fa. Fa lo stesso tum tum tum, ma sopra ci hanno messo fischietti e urletti in spagnolo, come se ci fosse dietro una qualche idea di esotico o di etnico.
    Un animatore grosso, muscoloso, di colore, bandana rossa, maglietta rossa, pantaloni rossi, si aggira con un microfono e lancia comandi e chiama gli slogan.
    La pista risponde.
    Quello è il momento in cui ti alzi e te ne vai. Con un sorriso da ebete cominci a girare tra stand e banconi, cercando motivi sociologici per la tua presenza. Consapevole che più di quello che hai visto non vedrai.
    Scacci ogni moralismo dai tuoi pensieri, scacci ogni tentazione di giudicare.
    Casomai sei tu, che vuoi trovare una motivazione dietro ogni cosa, che credi che sia necessaria una coerenza tra stile di vita, ideologia, modelli di divertimento. Forse sei tu che non capisci l’ironia.
    Mentre ti allontani la musica continua a fare tum tum e l’animatore continua a chiamare gli slogan.
    E la pista, e le famiglie, e la mamma, il bambino, i giovani, le ragazzine, le lesbiche tatuate, le nonne di johntaylor e simonlebon continuano, ritmicamente, a scandire le parole.
    “e rhum e cocaina, e rhum e cocaina, e rhum e cocaina, e rhum e cocaina”…

    Posted in Diario degli errori, Highlights
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