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  1. Ricorrenze

    31 gennaio 2012 / 2 Comments

    Così, giusto per appuntarselo.

    Rolling Stone italiano compie 100 numeri e chiede a 100 persone di scegliere i 100 dischi italiani di sempre (indicandone 10 per uno, sintesi tra gusti personali e considerazioni di rilevanza più generali). Siccome vedo che la classifica (sta qui) ha suscitato le immancabili polemiche, isterie e sfottò, mi autodenuncio in quanto uno dei 100 giurati (grazie per l’invito, onorato). Se proprio ci tenete vi dico anche che la mia numero 1 è la numero 2 della classifica generale. E che certi dischi in classifica non li conosco nemmeno (ma è il suo bello, no?).

    Radio Deejay compie 30 anni. Per uno che ha passato buona parte degli anni ’90 (e dell’adolescenza) negli studi di un po’ di radio locali è persino difficile spiegare quanta gente passata da lì è stata un punto di riferimento e di confronto. Auguri, e complimenti veri.

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  2. Musica per un’estate tardo berlusconiana

    3 agosto 2011 / 2 Comments

    Ieri pomeriggio, per una serie di cose che non staremo qui a sviscerare, mi è tornato davanti questo articolo di Stefano Pistolini di qualche settimana fa, intitolato “In Italia la musica si divide in prima e dopo Berlusconi“. In pratica Pistolini dice che (vi faccio un riassunto molto grezzo) prima dell’avvento di Berlusconi la cifra stilistica canora di maggior interesse in Italia prevedeva cantanti impostati, teatrali e dai suoni imponenti. Come Piero Pelù per dire. Durante l’ascesa e il declino di Berlusconi (ma vai a capire se c’è un rapporto causa-effetto) si sono invece affermanti interpreti caratterizzati da un cantato quasi svogliato, astratto, distaccato anche nel pronunciare parole pesanti e profonde. Come per esempio Le luci della centrale elettrica, i Baustelle, i Perturbazione, fino ad arrivare a I cani, il gruppo di cui alla fine Pistolini voleva parlare.

    Rileggendolo non ho potuto fare a meno di dare un’occhiata alle statistiche dei pezzi più suonati sul mio portatile, verificando che (ieri, come anche un mese e mezzo fa) in testa c’è un cantante che non imposta, ma nemmeno butta via, e quindi non parrebbe né pre né post Berlusconiano. Uno che anzi strilla, urla e gratta come un cantante da anni ’60, al massimo uno da pentapartito. Secondo queste statistiche infatti il disco che ho mandato più spesso in play in questi ultimi tempi è Poveri cristi, il secondo album di Brunori Sas. Un cantante che sembra fuori da tutti questi giri, quasi uno che passa per caso con la chitarra in mano e attacca a cantare di un mondo in cui i calabresi emigrano per andare a Milano a lavorare alla morsa (no, non ho detto borsa) oppure si sta al bar a bere Biancosarti. E in cui i tradimenti non nascono dai poke di Facebook, ma riparando per la pioggia sotto i portoni come nelle canzoni di 100 anni fa. Insomma pezzi che per trovare contemporanei ti devi aggrappare a sporadici riferimenti all’Ikea, o al fatto che oltre a Dio si prega Padre Pio.

    Quindi ero qui quasi a compiacermi per il mio ascoltare un cantante scollegato dalle mode e dalla quotidianità, che potrebbe aver fatto questo disco l’anno scorso o dieci o venti anni fa, quando per un attimo mi è passato per la mente un pensiero. Il pensiero che questo calabrese che sembra spuntato da un juke box degli anni ’60 o da una tv in bianco e nero, che canta di gente che non dà l’impressione di essere ricca e nemmeno ottimista, di persone che hanno accantonato i loro sogni e inseguono piccole felicità intime e quotidiane, non sia così fuori luogo. Che questo cantautore ritardatario abbia in realtà un qualche legame con quello che leggi suoi giornali, che ascolti alla radio la mattina, che percepisci dagli status sui social network, l’idea che Brunori sia quasi la colonna sonora ideale per una serie di pensieri diffusi: i soldi che non bastano, la sfiducia, il desiderio di infilare ogni tanto la testa sotto la sabbia per la semplice necessità di conservare la propria sanità mentale. E l’impressione che, cosa ci tocca pensare, si stesse meglio quando… no, non ce la faccio a scriverlo.

    Ma è stato solo un attimo. È agosto, e il blog recupera una vecchia tradizione di trasformarsi, d’estate, in un quaderno di appunti per tirare su una playlist. Bandite i cattivi pensieri: se avete suggerimenti (che siano canzoni di successo, album da recuperare, innovativi remix, tormentoni sottovalutati o oscuri lati B) tirateli fuori. La lista la cominciamo comunque con lui, Dario Brunori della Brunori Sas, che ci eseguirà la sua Rosa. Sono tempi tristi, inutile negarlo. Che almeno ci sia un po’ di ritmo.

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  3. Dov’era lei in quella notte di aprile?

    19 dicembre 2010 / Leave a comment

    Una delle cose che più mi divertono in questo mese è spulciare le classifiche dei dischi, dei film e dei libri dell’anno. Spesso è un modo per testare la mia ignoranza, altre  volte un gioco per valutare la distanza che separa i miei gusti da quelli di persone apparentemente così vicine.

    Ma la valenza principale di questo curiosare è indubbiamente quella di ricordarmi la mia capacità di perdermi le cose. Per esempio: dov’ero io quando gli altri (altri come Inkiostro) ascoltavano questo pezzo firmato The Divine Comedy che non avevo mai sentito e che mi piace proprio tanto?

    The Divine Comedy – At the indie disco

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  4. Dai attacca il giradischi

    26 ottobre 2010 / 5 Comments

    Non sono un esperto di marketing e mercati, ma non mi vengono in mente molti esempi di prodotti  capaci di creare una leadership indiscussa nel loro settore per anni come hanno fatto i giradischi Technics Sl1200 prima e Sl1210 dopo. Qualsiasi discoteca o locale che si rispettasse (o che ambisse a farsi rispettare) al momento di scegliere i giradischi non aveva molto da tentennare. Quelli erano i giradischi da prendere. Avere altri modelli o altre marche era una stranezza, un ripiego, una follia, un segno di sfigaggine e dilettantismo.

    Non starò qui a fare la commossa celebrazione di un oggetto appena messo fuori produzione, anche se ha rappresentato tanto per la categoria di cui ho fatto parte per alcuni anni (e dalla quale non riesco a sentirmi completamente fuori). Chi è interessato sa benissimo di cosa stiamo parlando, chi non lo sa può leggere questo breve articolo di Albertino pubblicato oggi dalla Stampa, un po’ didascalico ma efficace.

    Io piuttosto volevo approfittare dell’occasione per fare una domanda che mi gira in testa da anni e che giro ai dj, ai tecnici, ai gestori di locali di passaggio da qui: ma, che voi sappiate, c’è mai stato il caso di un dj rimasto “a piedi” a serata in corso perché un technics 1200 ha smesso di funzionare? In poche parole: uno di quei cosi si è mai rotto?

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