Scrive le sue impressioni, sperando che siano poetiche. Fa dunque il trasognato, il meravigliato, il semplice. Se guarda un muro è perché una rosa ci si sta arrampicando. Esce di casa e si accorge che c’è il sole, oppure che non c’è. Se esce di notte, una stella fora le nuvole, oppure grosse nuvole cariche di pioggia passano sospinte dal vento. Va in campagna: trova che il paesaggio muta colore e la città, mortificante, avanza come un polipo con le sue ultime case. Racconta le emozioni di una comune passeggiata. Si ferma a guardare due bambini che giocano. Una donna canta. Dov’è? Non la vede. Si sveglia nel cuore della notte, crede di essere morto e sente il buio tutto intorno come una coltre. Per fortuna non è morto. Eccetera.
M’ero quasi convinto di avere davanti un nuovo e sagace pezzo di satira contro l’individualismo e l’autoreferenzialità dei blog e dei social network, poi mi sono ricordato che stavo leggendo un Flaiano pubblicato nel ’73.

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