cinema

Te lo do io il panettone

Digerite le vacanze di natale, smaltite le classifiche di fine anno, compilate le liste dei buoni propositi (a pensarci bene non ho fatto niente di tutto questo) volevo dare merito ai ragazzi di SecondaVisione per un’opera monumentale svolta nelle ultime settimane: la critica sistematica dei “cinepanettoni” usciti negli ultimi 29 anni. Un’analisi ragionata su trame, gag, momenti alti, momenti bassi, colonne sonore, gnocche e risvolti sociologici. Che siate d’accordo con i  loro pareri o meno, è il caso di apprezzare lo sforzo.

Seconda Visione: speciale cinepanettoni.

Lord Shen, non ti temo

È una mattina d’estate. Apro la mail, comincio a scorrere i messaggi. È la mail del blog, perciò ci trovo dentro qualunque cosa, e vado veloce, e leggo a salti. Ma la mia attenzione non può non essere attirata da una mail che mi propone “adotta un personaggio di Kung Fu Panda 2“.

Lo adotto? Ma certo che lo adotto. Chi non vorrebbe adottare quel meraviglioso panzone, o un maestro burbero ma buono? Allora apro la mail tutto speranzoso: quale personaggio mi vorranno far adottare, eh? Quale? È a quel punto che leggo “Lord Shen”. E chi è mo Lord Shen? È il cattivo. Ma come il cattivo? Ma non c’era un personaggio morbidoso, simpatico, spigliato, tenerone? Devo adottare proprio il cattivo?

Poi ci penso un attimo e mi torna in mente una scena del primo Kung Fu Panda, quella dell’evasione di Tai Lung, il cattivo di quel film. Una scena d’evasione talmente cazzuta da far invidia a molti film d’azione con dentro dei cattivi cazzuti. Un’evasione così spettacolare che se un giorno di questi mi decidessi a compilare la mia lista dei migliori cattivi del cinema quasi potrei metterci Tai Lug dentro solo per quella.

Allora sai che faccio? Io lo adotto questo cattivo che è talmente cattivo che vorrebbe addirittura (paura, spavento, tragedia per il cinema con cui siamo cresciuti) eliminare il kung fu dalla faccia della terra. Alla fine mi sa che è meglio avercelo vicino e tenerlo d’occhio.




At the end of the day

C’è una speranza che a occhio mi sembra abbastanza diffusa (più o meno consapevolmente) tra i consumatori di cinema 30-40enni, specie se maschi: quella del ritorno del cinema italiano “di genere”.

Per carità, ben vengano tutte le commedie più o meno leggere, e i drammi, e i grandi film d’autore. Ma ogni volta che il cinema italiano riesce a produrre un horror, un poliziesco, o un thriller, vedo un consistente numero di orecchie drizzarsi nella speranza di un buon prodotto, di un colpaccio, di una rinascita. Di solito le orecchie si riabbassano dopo una solenne bastonata, o vengono scosse da risate scomposte causate da trailer ridicoli, trame inconsistenti, realizzazioni incerte, regie casarecce.

Per questo qui ci permettiamo di fare il tifo per At the end of the day. Trattasi di un horror appena uscito in sala e diretto da Cosimo Alemà, regista di una caterva di videoclip (da Fabri Fibra agli Zero Assoluto, passando per Istrice dei Subsonica, che faceva effettivamente una certa impressione). Una produzione a basso costo, con attori americani, che sta riscuotendo un po’ di interesse in giro, e che ha qualche numero per riuscire ad attirare ancora più attenzione.

Dovendo essere sinceri non staremo qui a dirvi (ma perché parlo al plurale?) che si tratta di un capolavoro, o che ha una sceneggiatura innovativa e strepitosa, perché onestamente non ce l’ha. Ma è un buon prodotto, girato bene, prodotto bene, con delle belle musiche. Fa il suo, se per “il suo” si intende avere una buona idea e seguirla a colpi di fucilate, macete e urla, regalandoci un’oretta e mezza di quelle che ci piacevano quando guardavamo le rassegne dello zio Tibia nelle sere d’estate.

Potrebbe essere un segnale, se gira bene. E se il film sopravvive alla sfiga di essere uscito in giorni in cui forse molta gente potrebbe non voler andare al cinema a vedere dei pazzi esaltati che sparano addosso a dei ventenni indifesi (perché di questo si tratta, in fin dei conti). Qui siamo moderatamente fiduciosi e abbiamo fatto il nostro dovere, andandoci (ancora co sto plurale?).

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