Emanuele Filiberto

Stasera sono qui

Sulla canzone di Pupo, Savoia e quell’altro (Luca Canonici, si chiama, ma fa troppo ridere il modo in cui è stato ignorato per tutto il festival) che ha rischiato di vincere il Festival si potrebbero dire tantissime cose.

Innanzitutto che è una canzone musicalmente irrilevante. O che ha un testo scritto veramente male. Che in alcuni punti è basata sulle rime (niente/veramente, religione/opinione), in altri no (come nel passaggio sullo stringere tra le sue braccia, dove non si capisce davvero a cosa si riferisca). Che tenta di farci sentire in colpa perché Filiberto non poteva tornare anche se non aveva fatto niente, ma senza sembrare troppo lagnosa, perché lui mai si è paragonato a chi ha sofferto veramente. Che sul la-la-la-la del tenore ci ci può cantare comodamente Over the rainbow. Che per trovare una cosa così retorica e nostalgica bisogna tornare a Italia Italia di Reitano e a Una vecchia canzone italiana della Squadra Italia. Che comunque quelle erano più belle. Che la modifica al testo fatta nella penultima sera per citare Lippi e Cannavaro a Berlino è quasi peggio dell’originale. Che dire che l’Italia oggi più serenamente si specchia nella propria storia indica l’aver vissuto all’estero per parecchio tempo.

Però diremo invece che è un capolavoro di trash. E a prova di questo porteremo la sua capacità di generare creatività di un certo livello.

Ad esempio il video in cui Peter Griffin guarda Sanremo.

O il geniale generatore casuale di testi di Italia amore mio di Meltiparaben.

O una serie di battute notevoli, tra le quali forse la migliore è quella di Luca Bottura: “Dopo 64 anni, i Savoia traditi nuovamente dalle giurie popolari”

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