giornalismo

Sì, ma quanti siete?

Da stamattina Repubblica.it ha in home page, con notevole evidenza, il titolo “Su FB gruppo agghiacciante: esultiamo“. Si parla, come si capisce dall’abbinamento con la notizia del giorno, dell’esistenza sul popolarissimo social network di un gruppo dedicato a persone che ritengono la morte di 6 militari italiani una bella cosa.

Leggendo il breve testo si apprende che il gruppo è durato poche ore, perché le dinamiche interne a Facebook hanno funzionato: altri utenti hanno fondato dei gruppi per chiedere la rimozione di quello incriminato, e già la mattina dopo quel gruppo non c’era più.

Qui io ho una curiosità e una domanda. La curiosità è: in quanti erano gli iscritti a questo gruppo durato poche ore? Perché, come ho già argomentato tempo fa, io ritengo le opinioni e le segnalazioni negative espresse sul web degli utili segnali per capire la realtà che ci circonda, ma se sono in quantità consistenti. A questo gruppo durato poche ore in quanti si erano iscritti? Migliaia? Centinaia? Se sì, fa bene Repubblica a strillarlo, ma dovrebbe anche dirlo.

Se invece erano in pochi, scatta la mia domanda. Un gruppetto di 5, 7, 10, ma anche 20, imbecilli che amano fondare gruppi scemi su Facebook o iscrivercisi, è rappresentativo di qualcosa in una comunità che fa 10 milioni di iscritti? E se non lo è, vale la pena di dedicargli uno spazio nell’home page di Repubblica?

Cosa si prova?

Ci sono momenti in cui ti sembra che certe indignazioni siano tutte tue, o di un ristretto gruppo di persone che frequenti. Momenti in cui scopri che avvenimenti, dichiarazioni e leggi che tu e altri ritenete soprusi insopportabili, gaffes memorabili, atrocità mentali indifendibili, in realtà alla “maggioranza silenziosa” sembrano cose assolutamente normali, sempre ammettendo che se ne siano accorti.

E però, c’è un’indignazione che mi sembra trasversale: è quel fastidio che si prova vedendo i giornalisti mandati, in caso di omicidi, stragi, incidenti, terremoti, tragedie varie, a mettere un microfono sotto il naso di un sopravvissuto o di un parente di una vittima per chiedere “Cosa si prova in questo momento?”

Quel fastidio io l’ho trovato nei blog, sui giornali, nelle case in cui mi è capitato di vedere un tg, sui treni, nel giudizio sprezzante di una barista con il televisore acceso su un programma mattutino.

Se è un fastidio così diffuso, perché nessuno di quelli là sopra prova a fare un tentativo, cambiando procedure alla prossima tragedia? Non dovrebbe essere difficile: si mandano i giornalisti, si girano dei servizi, si ascoltano gli esperti e le autorità. E poi, nell’intervistare la gente comune, si mandano in onda le risposte, tagliando su quei secondi penosi in cui l’intervistato non dice più nulla, ma la telecamera indugia, aspettando che scoppi in lacrime. E soprattutto, si evita quella domanda: “cosa si prova?”.

Si potrebbe fare un tentativo, appunto. E vedere come va. Magari poi gli spettatori mandarebbero mail di protesta, fax, e-mail, contenenti frasi tipo: “Ehi, ma dove stanno quelli che piangono? Io voglio vedere quelli che dicono cosa si prova quando ti è crollata casa o quando il vicino ti ha ucciso due figli!”. Magari calerebbero gli ascolti (e allora sì, scusateci tanto). Però si potrebbe fare un tentativo.

Perchè se non si prova ad evitare nemmeno un fastidio che appare tanto diffuso, allora cosa si prova?

Di rete e di carta

Collegamento telefonico del giovedì mattina su Radio Capital. Si è parlato di carta e di web, con il lancio di Wired Italia (e conseguenti grandi domande sul futuro delle riviste tradizionali) e con il tentativo di newsharing di Francesco Costa, finito prima di cominciare per cause di forza maggiore.

C’è il mini-podcast (quasi cinque minuti) da ascoltare o (se siete particolarmente feticisti o se non avete Windows) da scaricare.

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