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Radical tic

Abbondantemente additati e condannati i vari “attimino” e “piuttosto che”, o l’uso di “emergenza” abbinato a qualsiasi sciocchezza , forse dovremmo cominciare ad interrogarci su alcuni frasi fatte più recenti e più “alte”, che godono ancora di buona stampa e dell’innamoramento di chi le utilizza.

Ad esempio, avrete senz’altro presente la formula “in un Paese normale” e le sue frasi sorelle: “in qualsiasi altro Paese” e “in nessun altro Paese”.

Per carita, sono frasi che spesso introducono giuste argomentazioni, sacrosante indignazioni, battaglie condivisibili. Ad esempio: “in un paese normale” la dichiarazione di tizio avrebbe procurato scandalo,  ”in qualsiasi altro paese” caio si sarebbe dimesso, e ancora “in nessun altro paese” sempronio avrebbe potuto sottrarsi ad un giusto processo.

Però ogni volta che sento dei discorsi iniziare con queste frasi, io non posso fare a meno di pensare che nascano già limitati. Qualsiasi sia l’argomentazione, mi sembra che quell’incipit renda il messaggio destinato esclusivamente a chi la pensa già in un certo modo.

Se invece quel messaggio, gonfio di riferimenti a paesi vicini, lontani e normali, intende rivolgersi a chi dell’andazzo del “Paese anormale” dovrebbe indignarsene e non lo fa, o a chi attivamente o tacitamente sostiene chi non si comporta come si farebbe in un Paese Altro, ho l’impressione che non si arrivi da nessuna parte.

Perché, ma è solo una mia idea, questo tipo di destinatari pensa che questa è l’Italia, questo è il nostro paese. E noi non siamo un paese normale, noioso, rigido. Noi siamo fatti così. E se in qualsiasi altro paese fanno cosà, beh, cazzi loro.

La gioventù si scaglia

Ieri sera a cena si chiacchierava, mentre in sottofondo scorreva un inascoltato telegiornale. Ad un certo punto alcune frasi di un servizio si sono incuneate nelle pause della conversazione. Erano frasi che parlavano di divieti, limitazioni, chiusure anticipate. Già messi sull’avviso dal recente provvedimento teso a vietare i cornetti notturni nella capitale (seppur prontamente ritrattato), il clima a tavola si è fatto teso, fino divenire quasi esplosivo all’annuncio: “Vietati gli open bar”.

Per fortuna, in chiusura di servizio, una rassicurante Torre Eiffel ha chiarito anche ai più distratti che non si stava parlando dell’Italia. Quindi armi, scudi e molotov  sono stati riposti negli armadi, in attesa di eventi parimenti scandalosi e in grado di suscitare adeguate sollevazioni popolari.

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