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Recensioni avanzate

Stavo leggendo una discussione su Friendfeed sui blogger che si prestano a pubblicizzare prodotti che vengono inviati loro in omaggio (tipo superalcolici, cibi, piccoli elettrodomestici) e, mentre davo il mio fondamentale contributo alla discussione dichiarando che a me non mandano mai niente, mi è venuto in mente che non è proprio vero.

Cioè a me non hanno finora mai mandato nè proposto roba da bere o da mangiare, ma ogni tanto qualcuno mi ha scritto per chiedermi se mi interessava testare qualche servizio o vedere qualche film in anteprima. Facendo mente locale ho realizzato che il più delle volte ho risposto “mandate pure, ma non garantisco niente” e nella maggior parte dei casi non sono riuscito né a presenziare, né a testare alcunchè.

Una volta mi hanno scritto per chiedermi se volevo un libro da leggere. Ho risposto anche lì “se non vi aspettate che ne parli per forza” e il libro è arrivato, l’ho letto e mi è pure piaciuto. E dopo averlo letto mi sono detto: oh, di questo libro potrei anche scrivere “Mi è piaciuto” mettendo ben in vista il fatto che me lo hanno mandato. Solo che me ne sono dimenticato.

E oggi, mesi e mesi dopo, voglio recuperare, in grave ritardo, e dire che ho letto Studio illegale di Duchesne, e l’ho trovato un buon libro. Uno dei pochi in cui ho ritrovato un racconto credibile del terziario avanzato in cui viviamo un po’ tutti, quello avanzato non nel senso che sta avanti, ma nel senso che è rimasto e non sappiamo dove metterlo. Un libro che riesce a stare abbastanza aderente alla realtà da non farsi mandare a quel paese, e abbastanza sopra le righe da non farsi dire ” vabbè, questa roba la so già, me la devi dire tu?”.

Ecco, questo volevo dire, ma me ne sono dimenticato. Recupero oggi, per togliermi questo sassolino, e per dire che in fondo è un bene se non mi mandano roba da mangiare da recensire sul blog. Che tanto la farei scadere, e poi i bambini in Africa chi li sente?

Millanta che ti passa

Questo articolo di Repubblica sui libri che la gente millanta di aver letto è una di quelle cose sotto le quali bisognerebbe depositare confessioni e autoanalisi. Non che mi riguardi nello specifico, visto che ammetto con candore di non aver mai nemmeno provato a leggere L’Ulisse o L’uomo senza qualità, e di aver annunciato ad ogni primavera che durante le vacanze estive mi sarei dedicato ad Infinite Jest, senza poi farlo mai. Però la cosa potrebbe essere l’inizio di un’interessante serie di ammissioni in vari settori.

Ad esempio sul versante cinematografico, dove personalmente il senso di colpa è più forte, forse perché mi pare che ci voglia meno sforzo a colmare la lacuna di un film non visto rispetto a quella di un libro non letto. Eppure mi mancano svariate opere di Fellini, e di Antonioni, e un bel po’ di quella roba orientale che fa molto intenditore, e che ogni tanto ti viene voglia di dire che l’hai vista, ma ti ha fatto schifo, mascherando la tua ignoranza con una certa saccenza.

Poi si potrebbe forzare la mano e provare ad scoprire se qualcuno mente sui posti in cui è stato, cosa che non ho mai fatto ma sulla quale ho avuto spesso la tentazione di iniziare. Che io ad esempio non sono mai stato in America, e non sapete con che faccia mi hanno guardato in certe occasioni quando l’ho detto, più o meno quella con cui guardereste uno che vi dice: Io non uso le scarpe, e mi nutro di carne cruda.

Per finire, ma solo dopo una certa ora e con una certa confidenza, si potrebbe cominciare a confessare l’idea che molti uomini accarezzano o praticano, ovvero quella di mentire sulle donne. Altro che dire: ho letto Orwell, quando l’hai solo comprato in allegato con il giornale. Vuoi mettere la potenza della mistificazione quando un amico ti dice: e con quella poi, ci sei stato? E tu, che l’hai accompagnata una sera a casa, o portata una volta in pizzeria, o che semplicemente hai ottenuto il numero senza chiamarla mai, ti ritrovi a non dover nemmeno mentire, che basta fare un sorrisino e alzare le spalle, per passare pure per un gentiluomo schivo e modesto.

La pila dei libri non letti

Nella modesta biblioteca presente in casa mia (talmente modesta che mi viene sempre da dire “libreria”) esiste costantemente un luogo, più metaforico che fisico, chiamato “la pila dei libri non letti”. Questo insieme di volumi impilati l’uno sopra l’altro, rappresenta per me sia un monito che un cruccio.

Il monito è quello che dovrebbe spingermi a non comprare libri per un po’, che lì ce ne sono diversi da leggere, e potrei essere coperto per alcuni mesi.

Il cruccio è quello che dovrebbe spingermi a leggere di più, come se da quel mucchietto di volumi, da quelle migliaia di pagine ignote, venissero decine di vocine, che mi sussurrano inquietanti: “Cosa ci tieni a fare qui? Cosa perdi tempo in altre cose? Non sai quante storie potremmo raccontarti, quante informazioni potremmo comunicarti?”

Qualche giorno fa, fregandomene sia del monito che del cruccio, sono passato in libreria, e ho comprato un libro. Trattasi un volume di cui si è parlato molto qualche mese fa, e che io ho acquistato con quel vezzoso ritardo che mi porta a interessarmi dei libri alla moda solo quando smettono di esserlo (lo snob dello snob dello snob).

Il libro è Il cigno nero, di Nassib Nicholas Taleb, e a pagina 25 c’è scritto così.

I libri non letti sono molto più preziosi di quelli letti. Una biblioteca dovrebbe contenere tutti i libri su argomenti sconosciuti che i nostri mezzi finanziari, le rate del mutuo e le difficoltà del mercato immobiliare ci consentono di acquistare.

Da lì comincia ad argomentare sull’importanza di focalizzarsi sulle cose che non si sanno piuttosto che su quelle che si sanno. Certo, si tratta di un consiglio interessato, venendo da uno che scrive libri, e deve venderli. E nell’introdurre questa frase e nel proseguire , prende ad esempio Umberto Eco, quindi siamo lontani.

Ma da qualche giorno, dopo aver letto queste parole, mi sento come sollevato, e la pila dei libri non letti mi sembra meno minacciosa, e più amichevole. Vediamo se e quanto dura, e l’effetto che fa.

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