musica

Hanno inciso l’uomo indie

Sull’importanza (negata o meno) degli 883 nella formazione, musicale e umana, di una generazione avevo già accennato qualcosa qui. L’argomento è attualissimo perché, nel pieno del ventennale dell’uscita di Hanno ucciso l’uomo ragno, Rockit ha deciso di mettere insieme Con due deca, una compilation di pezzi storici del duo di Pavia più anni 90 che ci sia, rifatti da un pugno di gruppi e cantanti indie, emergenti, alternativi, insomma chiamateli un po’ come volete.

La compilation sarà disponibile dall’11 aprile in streaming e download gratuito. Intanto c’è il video di Gli anni rifatto da Colapesce e la playlist. L’attesa (nostra) e la responsabilità (loro) sono già altissime.

 

Musica per un’estate tardo berlusconiana

Ieri pomeriggio, per una serie di cose che non staremo qui a sviscerare, mi è tornato davanti questo articolo di Stefano Pistolini di qualche settimana fa, intitolato “In Italia la musica si divide in prima e dopo Berlusconi“. In pratica Pistolini dice che (vi faccio un riassunto molto grezzo) prima dell’avvento di Berlusconi la cifra stilistica canora di maggior interesse in Italia prevedeva cantanti impostati, teatrali e dai suoni imponenti. Come Piero Pelù per dire. Durante l’ascesa e il declino di Berlusconi (ma vai a capire se c’è un rapporto causa-effetto) si sono invece affermanti interpreti caratterizzati da un cantato quasi svogliato, astratto, distaccato anche nel pronunciare parole pesanti e profonde. Come per esempio Le luci della centrale elettrica, i Baustelle, i Perturbazione, fino ad arrivare a I cani, il gruppo di cui alla fine Pistolini voleva parlare.

Rileggendolo non ho potuto fare a meno di dare un’occhiata alle statistiche dei pezzi più suonati sul mio portatile, verificando che (ieri, come anche un mese e mezzo fa) in testa c’è un cantante che non imposta, ma nemmeno butta via, e quindi non parrebbe né pre né post Berlusconiano. Uno che anzi strilla, urla e gratta come un cantante da anni ’60, al massimo uno da pentapartito. Secondo queste statistiche infatti il disco che ho mandato più spesso in play in questi ultimi tempi è Poveri cristi, il secondo album di Brunori Sas. Un cantante che sembra fuori da tutti questi giri, quasi uno che passa per caso con la chitarra in mano e attacca a cantare di un mondo in cui i calabresi emigrano per andare a Milano a lavorare alla morsa (no, non ho detto borsa) oppure si sta al bar a bere Biancosarti. E in cui i tradimenti non nascono dai poke di Facebook, ma riparando per la pioggia sotto i portoni come nelle canzoni di 100 anni fa. Insomma pezzi che per trovare contemporanei ti devi aggrappare a sporadici riferimenti all’Ikea, o al fatto che oltre a Dio si prega Padre Pio.

Quindi ero qui quasi a compiacermi per il mio ascoltare un cantante scollegato dalle mode e dalla quotidianità, che potrebbe aver fatto questo disco l’anno scorso o dieci o venti anni fa, quando per un attimo mi è passato per la mente un pensiero. Il pensiero che questo calabrese che sembra spuntato da un juke box degli anni ’60 o da una tv in bianco e nero, che canta di gente che non dà l’impressione di essere ricca e nemmeno ottimista, di persone che hanno accantonato i loro sogni e inseguono piccole felicità intime e quotidiane, non sia così fuori luogo. Che questo cantautore ritardatario abbia in realtà un qualche legame con quello che leggi suoi giornali, che ascolti alla radio la mattina, che percepisci dagli status sui social network, l’idea che Brunori sia quasi la colonna sonora ideale per una serie di pensieri diffusi: i soldi che non bastano, la sfiducia, il desiderio di infilare ogni tanto la testa sotto la sabbia per la semplice necessità di conservare la propria sanità mentale. E l’impressione che, cosa ci tocca pensare, si stesse meglio quando… no, non ce la faccio a scriverlo.

Ma è stato solo un attimo. È agosto, e il blog recupera una vecchia tradizione di trasformarsi, d’estate, in un quaderno di appunti per tirare su una playlist. Bandite i cattivi pensieri: se avete suggerimenti (che siano canzoni di successo, album da recuperare, innovativi remix, tormentoni sottovalutati o oscuri lati B) tirateli fuori. La lista la cominciamo comunque con lui, Dario Brunori della Brunori Sas, che ci eseguirà la sua Rosa. Sono tempi tristi, inutile negarlo. Che almeno ci sia un po’ di ritmo.

Dov’era lei in quella notte di aprile?

Una delle cose che più mi divertono in questo mese è spulciare le classifiche dei dischi, dei film e dei libri dell’anno. Spesso è un modo per testare la mia ignoranza, altre  volte un gioco per valutare la distanza che separa i miei gusti da quelli di persone apparentemente così vicine.

Ma la valenza principale di questo curiosare è indubbiamente quella di ricordarmi la mia capacità di perdermi le cose. Per esempio: dov’ero io quando gli altri (altri come Inkiostro) ascoltavano questo pezzo firmato The Divine Comedy che non avevo mai sentito e che mi piace proprio tanto?

The Divine Comedy – At the indie disco

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