Paese

Dal transatlantico al sambodromo

A mio modesto parere, il Milan è sempre di più la squadra nella quale si può identificare il Paese.
Avviata ormai da anni verso un declino che tutti gli esperti e gli addetti ai lavori vedono come inevitabile, si aggrappa ai suoi vecchi, all’orgoglio, ad un passato migliore.
Rimedia brutte figure, delude i tifosi, regala notti indimenticabili ma le affoga in mezzo a tante giornate deprimenti, in cui anche i più accaniti sostenitori devono annotare immusoniti quanti siano più giovani, più forti e più veloci questi avversari che fino a l’altro ieri guardavano con supponenza.
Da qualche tempo ha una tifoseria spaccata tra quelli che gridano alla dirigenza “andatevene, ci meritiamo di più”, firmano petizioni, organizzano contestazioni, e quelli che ribattono “non dobbiamo essere ingrati, ce la siamo sempre cavata, torneremo grandi”.
Da pochi anni è frequente il ritornello, sconsolato e auto-assolutorio “eh, ma negli altri paesi l’economia corre, qui…”
Il bello è che i risultati comunque arrivano, ma sempre con l’impressione che “questo sarà l’ultimo, il canto del cigno”.
In mezzo a tutto questo arriva qualche colpo di fantasia e genialità mediatica, una grande scommessa, un colpo di nobiltà, un nuovo trequartista che magari non è quello che serviva (non difende, non tira la carretta, non impedisce di prendere gol da polli su calcio d’angolo, non smanaccia la palla che stava infilandosi nel sette).
Però segna, dribla, finta, accende i sogni e le emozioni, e fa discutere, e fa parlare.
Perchè se verso il viale del tramonto stiamo andando, andiamoci a passo di samba.
E che questo Paese e questa squadra abbiano lo stesso presidente, sembra quasi un dettaglio secondario.

 Scroll to top