Paolo Maldini

Da quando Paolo non gioca più

Quando io ero un ragazzino c’era Baresi. Nel senso di Franco, e nel senso che c’era sempre. Infatti “c’è Baresi” era la frase più presente e più rassicurante nelle partite del Milan, in un decennio in cui il satellite era ancora al di là dal venire e il calcio (coppa dei campioni esclusa) lo si seguiva per radio. 

C’è Baresi, diceva il radiocronista, e tu ti rilassavi. Perché non voleva solo dire che Baresi aveva intercettato la palla sventando un pericolo che alla radio potevi solo immaginare, ma che era sicuramente tremendo. Voleva dire anche che lo faceva sistematicamente, che lo aveva già fatto mille volte, che avrebbe continuato a farlo. E quindi che il Milan poteva continuare a giocare all’attacco, alla Sacchi, alla garibaldina. Divertitevi pure, voi davanti, tanto c’è Baresi.

Il giorno in cui Baresi ha smesso io mi sono commosso, e ho pensato: io non sono più un ragazzino, non c’è più Baresi dietro, che copre qualsiasi cazzata. Poi subito dopo ho pensato: ma non è che ora che non sono più ragazzino, devo diventare adulto?

In quell’istante mi sono detto: ehi, ma c’è Maldini. C’è lo stesso terzino sinistro di quando facevo le medie, non posso essere già adulto. E ho deciso, tra me e me, che se nel giorno in cui aveva smesso Baresi avevo smesso di essere un adolescente, forse per smettere di essere un ragazzo potevo aspettare che smettesse Maldini.

Ecco, al di là di tutte quelle coppe, e gli scudetti, e le nottate, e le sconfitte in finale, di quel tocco di umanità dato dalla sfiga suprema di essere stato capitano della nazionale per una vita, per poi smettere e vedere quello a cui hai passato la fascia alzare la coppa del mondo. Al di là di tutto questo.

Io volevo ringraziare Paolo Maldini per averci messo così tanto, a smettere.

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