racconti

Fuori da qui

Chi è? Chi va là? Identificati!
Oi, sono io.
Io chi?
Achille.
Non dire cazzate, Akille sono io.
Io sono quello senza k.
Ah, che ci fai qua? Sei venuto a rubare?
Ma non dire scemate, che devo rubare?
Magari vuoi vedere se c’è qualcosa che puoi riutilizzare, qualcosa da riciclare per i tuoi amichetti  fuori.
Ma quali amichetti, ma che dici? Piuttosto, vuoi aprire ogni tanto qua? Perché è tutto chiuso? È buio. E puzza pure un po’.
Sì, eccolo, è arrivato il signorino. Apri, certo, come se non lo sapesse cosa c’è fuori da qui.
Perché, cosa c’è fuori da qui?
E fai pure il finto tonto. Ci sono i social network, i maledetti social network, dove vi divertite tutti e mettete le foto di quando vi tagliate i capelli e del mare in vacanza e fate i vostri giochini di parole e ridete tra di voi e vi mettete like, like e like.
O mio dio, ma cosa fai il geloso?
Ma quale geloso? Io non sono geloso. Io sono incazzato. Ma io sto qui, non abbandono la nave. Anche se non ci sale più nessuno. E se qualcuno prova a salirci sparo a vista. Questa è casa mia.
Mi sembra un discorso un po’ confuso ma mi ricorda qualcosa. Vuoi candidarti?
Eh, son passati i tempi in cui bastava essere blogger per sperarci. Ma io rimango qui, io difendo la qualità.
Adesso è diventata questione di qualità?
E certo: non vedi come perdete tempo sui quei così? E mi dite i vostri 5 film preferiti? E lo sapete che sto guardando in tv?  E volete sentire che frasetta spiritosa ho scritto?
Ma non dire stupidaggini: le frasette spiritose, le liste alla Hornby e la condivisione del trash le facevamo pure con i blog.
Sì, ma quei cosi sono più dispersivi e più superficiali e convincono la gente di avere qualcosa da dire.
Ma sono le stesse cose che dicevano dei blog! Ma pure delle radio libere. Ma pure dei fumetti mi sa. E temo anche del suffragio universale.
Quei cosi ti rimbambiscono e ti fanno perdere tempo!
Ah sì, questa invece è nuova: la diceva uguale mio padre dei dischi che sentivo a 15 anni. Ma si può sapere perché odi tanto i social network?
Ma stai scherzando? Io non li odio affatto. Io li ringrazio.
Mi dev’essere sfuggito un passaggio.
Sì, te lo giuro. Perché da quando ci sono i social network  noi blog non siamo più i figli giovani, quelli vestiti strani, quelli superficiali e destinati a scomparire.
E cioè?
Ora finalmente anche noi abbiamo qualcuno con cui prendercela, qualcuno da accusare, dei barbari su cui scaricare la colpa del declino della civiltà.
Ma che stai dicendo?
Ma sì: essere avanguardia era faticoso e dava poca soddisfazione, ora finalmente possiamo tirare i remi in barca e accomodarci nelle nostre poltrone da reazionari. L’immoralità dei costumi, la stupidera dei giovani, il dilagare delle parolacce, niente è più colpa nostra, è colpa dei social network!
Tu sei pazzo.
Sarà , ma almeno sono parte di un’elite deliziosamente vintage.

Ultima chiamata per la rivoluzione

Strizzò gli occhi e guardò oltre la barricata: una notte mal illuminata gli impediva quasi di distinguere gli uomini dei reparti speciali, appostati vicino ai blindati e nascosti dietro gli scudi antisommossa. Respirò più forte del solito, e continuò  a fissare senza essere certo di vedere. Pensò che erano più armati, meglio organizzati, decisamente più preparati, ma sicuramente erano stanchi.

Erano stanchi anche i suoi compagni, pensò, e si girò verso quei ragazzi con cui condivideva il compito di difendere la postazione dalle cariche delle forze dell’ordine. A dire la verità erano distrutti, erano donne e uomini stremati da giorni di corse e di fughe, di corpo a corpo, di botte date e prese. Erano a pezzi, ma ricambiavano i suoi sorrisi. Perché avevano dentro una forza e un’energia che non può avere chi lotta perché è il suo lavoro, perché gli viene ordinato.

Loro, invece, stavano facendo la rivoluzione. Rise mentre ci pensava, rise di quei politici, opinionisti e commentatori che ora non sapevano più che pesci prendere. Per anni avevano trattato la sua generazione come un gruppo di superficiali, passivi e senza palle. E ora che le strade bruciavano e la rivolta dilagava come un fiume in piena, nessuno ascoltava più i loro giudizi preconfezionati.

Non avevano capito nulla di loro, proprio niente. La sua generazione li aveva sconvolti in un attimo, dopo anni a subire qualsiasi cosa, ad accettare passivamente i contratti da precari, gli stage reiterati e non pagati, le scuole senza gessi e lavagne, l’informazione distorta, le tasse senza servizi,  lo sfruttamento delle popolazioni, gli ospedali sempre pieni, le imposizioni medievali.

Ma chi pensava che la sua generazione non si sarebbe mai ribellata, aveva scoperto troppo tardi di essersi sbagliato. Ora la città era sottosopra, e grande la confusione sotto il cielo. Avevano provato a fermarli con la forza, non ci erano riusciti. E ora erano loro ad aver lanciato l’ultimatum.

Una settimana. Non un giorno di più. Questo era il tempo concesso per abbassare il prezzo di quei telefonini perfetti per navigare, fotografare e tenersi in contatto con gli amici. Per non parlare del design ultra-cool.

Questo era quello che chiedevano, e su questo non si sarebbero lasciati mettere i piedi in testa da nessuno.

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