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La voce fuoricampo degli amabili resti

Mi chiamo Amabili resti e sono il film che hai visto ieri sera. Mi hai atteso con trepidazione, hai passato con me del tempo, sei rimasto fino allo scorrere dei titoli di coda, hai controllato la colonna sonora. Poi te ne sei andato. E io sono volato via.

Dove vanno i film quando finisci di vederli? Te lo sei sempre chiesto, vero? Anche io sto cercando di capirlo e, da quanto ho scoperto finora, credo che vadano in una specie di aldilà diviso tra quelli che ti sono piaciuti e quelli che ti hanno fatto schifo. Con un po’ di gradi intermedi, ma neanche tanti, e uno spazietto per quelli dei quali ti sei proprio dimenticato.

Io invece sono ancora qui, come se stessi aspettando qualcosa. In realtà sto aspettando te. Ti ho visto, sai, durante la proiezione. Eri attento, eri concentrato, in moltissimi punti eri teso, seguivi con grande interesse. In altri ancora (potrei dirti che si capiva con lo sguardo, ma la verità è che noi certe cose le “sentiamo”) stavi proprio pensando: questo è un gran film.

Poi non so cosa è successo, a un certo punto hai smesso di pensarlo, sei uscito dalla storia, ci rientravi a tratti. Qualcosa non ti convinceva, hai cominciato a chiederti se era un film che ti piaceva o meno, ti sei distratto. Forse è quel rapporto di amore e odio che hai con la voce fuoricampo, forse alcune scene. Non dico che hai sbuffato, ma quasi. E dire che in altri punti sembravi un bambino a bocca aperta.

È per questo che io sono qui, in una terra di mezzo in cui vanno i film per i quali non hai ancora un giudizio definitivo. Non posso e non voglio andarmene, sono qui e ti osservo. Lo facevo mentre ancora scorrevano i titoli di coda e tu fingevi di controllare il cellulare ma in realtà origliavi i giudizi e le impressioni degli altri. Ti guardo anche adesso, mentre ogni tanto ripensi a me.

Ma non potrò stare qui per sempre, prima o poi dovrò andare via. Ma so che potrà volerci anche molto. Ti conosco: sei quello che dopo 5 anni si sta ancora chiedendo se Donnie Darko è figo o è una cagata.

Perché la cosa è bella

È facile, dopo aver visto il nuovo film di Virzì, ritrovarsi a consigliarlo a tutti come uno dei film da vedere. Meno facile è spiegare il perché e descrivere quali sono le caratteristiche che lo rendono così bello.

Infatti La prima cosa bella non è uno di quei film che brilla della luce di una trovata geniale, non è una di quelle storie delle quali basta raccontare l’inizio per accendere la curiosità dei potenziali spettatori. La trama è tutt’altro che imprevedibile, non ci sono grandi colpi di scena, l’ambientazione è una quotidianità talmente vicina da permetterti di riconoscere nelle facce dei personaggi qualcuno che frequenti o hai frequentato davvero.

Anche il tema, raccontandolo asetticamente, è tutto tranne che affascinante: è la storia di una famiglia, di un momento brutto che permette di ripercorrere una vita e di vederne felicità e tristezza, per chiedersi e ne è valsa la pena. Sai quanti film si fanno su questo.

E però il film è bello, e molto. Ma il motivo non sembra essere tecnico. Certo il film è girato bene e recitato bene, gli attori sembrano più bravi di quanto non siano stati in altre occasioni, ci sono dei bei dialoghi e delle battute, delle canzoni ben messe, delle trovate, dei colpi di sceneggiatura (uno, sul finale, tanto apparentemente superfluo e crudele quanto meraviglioso). Ma c’è qualcosa di più.

Questo qualcosa, a mio parere, è il modo in cui Virzì affonda le mani nella sofferenza. Non quella delle grandi e incredibili avventure che poi si fanno metafora di qualcosa che ci riguarda, ma  proprio nel “qualcosa che ci riguarda”, in quello che abbiamo visto o sfiorato: malattie, morti, frustrazioni, depressioni, persone che non sono né eroi né cattivi, magari solo mediocri o tristemente normali.

Virzì mette le mani dentro a tutto questo e riesce a non farsi fregare dalla tentazione in cui molti cadono. Non rimane incastrato in questo materiale viscoso, le mette dove vuole lui. Entra ed esce quando serve, con il ritmo giusto. E tu lo segui e ti commuovi e poi un momento dopo ridi. E stai ancora ridendo per una cosa buffa quando succede una cosa che ti crea un groppo in gola. E hai ancora quel groppo in gola che ti scappa un sorriso, anche se pieno di amarezza.

Questo ritmo e questa capacità sono la forza di Virzì in questo film. Infila le mani dentro la sofferenza senza limitarsi a sfiorarla per paura di non governarla, le estrae velocemente senza cedere alla tentazione di affondare e stringere per ammiccare al pubblico voglioso di un’altra lacrima ancora.

Alla fine ne esci che hai riso e (forse) pianto, che ti pare che tutto dovesse andare così, anche se magari non tutto è stato giusto. E il viaggio ti è piaciuto molto, anche se magari non sai spiegare bene perché agli altri, che dovranno scoprirlo da soli.

L’uomo che fissa il secondo tempo

C’è tutto un lunghissimo elenco di film che partono alla grande e non riescono a proseguire adeguatamente. Spesso nemmeno te li ricordi, perché il proseguimento moscio si è mangiato persino l’entusiasmo iniziale. A volte ci rimani male, perché l’idea di partenza era buona e ti scoccia vederla rovinata. In rari casi l’inizio è talmente buono che comunque il tutto ti lascia un’impressione positiva, anche se non soddisfacente.

Mi sembra che questo sia il caso dell’Uomo che fissa le capre, un film che ha un inizio molto divertente, degli ottimi personaggi e una qualità di scrittura altissima, che ti fa ridere per tutto il primo tempo.

Poi rimani lì, a fissare lo schermo sperando che si continui, ma intuendo piano piano che l’idea iniziale non reggeva, ci voleva un altro colpo, e non ce l’hanno avuto. E esci con quello sguardo fisso nel vuoto, come una capra che fissa un uomo, ripetendo comunque le battute della prima parte e sghignazzando.

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