ufficio

Uno scatolone pieno di niente

C’è una scena ricorrente nei film americani, in cui si vede un tizio (o una tizia, o un gruppo di tizi) abbandonare l’ufficio con in braccio degli scatoloni, che contengono tutte le cose che ingombravano la sua scrivania e i suoi cassetti. Non è una scena che mi sia molto familiare, nella realtà. Ogni volta che ho cambiato lavoro, o sede, mi sono sempre portato dietro poco o niente. Ad esempio, poco prima dell’estate sono passato da un ufficio all’altro, portandomi appresso, di mio, solo il portatile, qualche bloc notes, due-tre cartelline, un paio di libri.

Questa mattina, invece, sono andato a partecipare alla chiusura definitiva di quella sede. Ho passato un po’ di tempo in quelle stanze ormai vuote, dove non c’era più niente di mio. Ho guardato dalle finestre dove guardavo per vedere che tempo faceva prima di uscire per un caffè o per pranzo, ho poggiato la mano sulla scrivania davanti alla quale mi sedevo tutte le mattine, ho pensato a quanto ho vissuto lì, a quante cose ho pensato, visto, sentito, provato. In cinque anni.

Ho pensato al lavoro che ho fatto, che mi è sembrato più immateriale di quanto non sia davvero, finito su qualche server e visto dai pc di gente sconosciuta. Ho cercato di ricordare quanti stati d’animo, quanti giorni tristi, quanti giorni allegri, quante risate, quanti errori, quante cose fatte bene, quante soddisfazioni e delusioni. Tutte quelle cose che nemmeno tracciando tutte le email, tutte le telefonate, tutte le persone che sono entrate, tutte le pagine viste potrebbero tornare in mente sul serio, ma che per un istante mi è sembrato di afferrare.

Era un sacco di roba, che non sarebbe entrata in nessuno scatolone. Neanche in quello enorme che mi sono portato via, pieno fino all’inverosimile di niente.

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