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La fila fuori dai siti internet

A giudicare da qualche commento al post precedente ho come l’impressione che la mia considerazione per i siti che ti fanno aspettare fuori dalla porta prima di farti entrare sia stata presa un po’ troppo alla lettera.

Ci terrei a chiarire questo punto: io mi annoio a fare le file pure davanti ai locali fisici, ai cancelli dello stadio, all’ingresso dei concerti, alla porta dei ristoranti dove non si può prenotare. E lì parliamo comunque di situazioni in cui c’è l’adrenalina dell’evento, la fratellanza con i tuoi simili, il gusto dell’appuntamento lungamente atteso, l’odore di cibo che ti raggiunge ogni volta che qualcuno apre per uscire. Figuriamoci se mi piace l’idea di mettermi in lista per un social network.

Eppure non posso fare a meno di essere affascinato da quest’idea (che vedo spesso applicata) di un internet che può essere gestito con metodi tramandati da leggendarie discoteche newyorchesi di quarant’anni fa, davanti alle quali si lasciavano creare lunghe file di gente che non riusciva a entrare mentre dentro il locale era vuoto.

Non vi saprei nemmeno dire più quanti servizi ho provato (da gmail in poi) grazie a inviti arrivati da altre persone. Servizi che dopo due mesi hanno tutti, per cui gli inviti non servono più. O servizi che dopo due mesi hanno già abbandonato tutti, per cui gli inviti andrebbero magari conservati per una sorta di collezionismo 2.0.

Ma non è solo una questione di inviti. Qualche tempo fa Roma è stata tappezzata da manifesti che invitavano a visitare una pagina facebook intestata ai “miei”, della quale non si sapeva nient’altro. Si scopriva in seguito che era una campagna di comunicazione del Pd, ma andando su questa pagina non c’era assolutamente nulla, i contenuti erano ancora a di là da venire. Non so se gli organizzatori si aspettassero un collettivo “oh, che figata, una pagina facebook vuota, ci tornerò tutti i giorni finché non ci trovo qualcosa”. Fatto sta che raccattarono un bel po’ di critiche e prese per i fondelli.

Peggio ancora, a mio modesto parere, il caso di Volunia, un nuovo motore di ricerca intelligente e sociale inventato in Italia, che secondo diversi esperti doveva spezzare le reni a Google e compagnia bella. Anche qui si poteva accedere tramite inviti che permettevano di diventare “power user”. Il tutto fomentato da numerosi articoli sulla stampa, una pomposa presentazione ufficiale, un lancio in grande stile.

Sembra passato un secolo, di questo Volunia non se ne parla più, non ho sentito nessuno che lo usi, e la mia richiesta di iscrizione giace probabilmente in qualche magazzino segreto insieme all’Arca dell’Alleanza nel finale del primo Indiana Jones.

Tutto questo per dire che non percepisco il sito (o il social network, o la community) che ti fa aspettare fuori dalla porta come fico a prescindere, e mi fanno sorridere quelli che pensano che funzioni così. L’utente web lo vedo come un avventore facile alle distrazioni, al cambiare idea, all’innamorarsi e disamorarsi. Il navigatore è mobile. Il web è volatile.

Io per esempio a quei cattivoni del nuovo motore di ricerca superfigo che mi avevano lasciato fuori dalla porta non ci pensavo più. Almeno fino a quando questa mattina, nel mio bagno, non ho trovato una rivista di qualche settimana fa in cui un noto giornalista esperto di internet invitava a fare il tifo per Volunia, il posto dove stare, il sito che poteva battere Facebook. E ho pensato che se avessi ritrovato un articolo del genere che parlava di un ristorante, un concerto o un locale nel quale non ero riuscito a entrare ci sarei rimasto male. Ma in questo caso era evidente che stavo leggendo solo uno che mi invitava a fare la fila sbagliata.

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